I RUMORI DI UNA CITTÀ A Milano prevale l’urlìo costante e notturno della movida

LO STIVALE ROVESCIATO Milano

Milano ha perso tante cose, negli ultimi anni: popolazione, reddito, lavoro, qualità della vita. E i rumori. Un tempo, dico il tempo del secondo dopoguerra e del boom, le nostre giornate erano scandite dalle sirene delle fabbriche. Ai nostri genitori ricordavano gli allarmi della guerra. Suonavano a lungo, di mattino presto. Poi, a mezzogiorno. Infine, alle cinque del pomeriggio. Negli anni Sessanta, le sirene smisero di ritmare il tempo dei milanesi: le fabbriche sparivano. Allora, ci fu, ma per poco, il sopravvento delle campane. Festose di domenica, implacabili negli altri giorni. Fino a quando la gente decise che davano troppo fastidio: bisognava limitarne i decibel. Che ipocrisia! Il chiasso del traffico era assai peggio, soprattutto nelle ore di punta, punteggiato da clacson variegati, il cui volume tanto era più forte quanto minore era la cilindrata. Senza dimenticare l’incivile esibizione dei “fracassoni”, i conducenti dei motorini che sgasavano apposta per dar fastidio agli altri.

Anni comunque di tantissimi altri suoni, ormai scomparsi, come le sirene della polizia e delle ambulanze che oggi scimmiottano quelle dei film americani. Temuto, il fischietto del “ghisa” che se lo sentivi erano guai. Lo scampanellìo dei tram, indispensabile nei mesi delle nebbie (oggi pure la nebbia è sparita); la “chiamata” dei ghiacciaioli, quando ancora giravano per Milano trasportando sbarre di ghiaccio (“freddo, sciùre, freddo!”) lunghe un metro su sgangherati Ape a tre ruote; i venditori ambulanti, coi loro altoparlanti. Dalle finestre le massaie calavano i cestelli coi soldi e ritiravano la merce. Erano voci di vita quotidiana. Oggi, prevale l’urlìo costante e notturno delle movide. Una ce l’ho sotto casa: l’acme lo raggiungono dopo mezzanotte. Quando le riviste si chiamavano rotocalchi e la pasta Barilla costava cento lire come la confezione di borotalco Robert’s, far chiasso per strada era vietato. E deprecato. Roba da teddy boy. Un modo di dire ormai...silenziato.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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