Puidgemont fermato in Germania Rifugiato da cinque mesi in Belgio, seguito dai Servizi spagnoli mentre torna dalla Finlandia, l’ex presidente catalano finisce in cella a Neumuenster

Referendum Catalogna Barcelona

Domenica 25 marzo. Sono quasi le undici del mattino quando l’auto di Carles Puigdemont, con a bordo il suo avvocato Jaume Alonso Cuevillas, supera il confine tra la Danimarca e la Germania. La trappola sta per scattare. Ignaro, l’ex presidente catalano continua il suo lungo viaggio di ritorno diretto a Waterloo, in Belgio, dove si era rifugiato alla fine di ottobre del 2017. Gli mancano ancora più di 700 chilometri. Venerdì aveva lasciato la Finlandia dove era andato per un convegno. Ad un ex consigliere, suo amico, aveva confidato via chat che “il piano della Moncloa trionfa, i nostri ci hanno scaricato. Stiamo vivendo gli ultimi giorni della Catalogna repubblicana”. Il testo del messaggio è stato reso pubblico. La violazione della sua privacy lo indigna. Ha un sussulto d’orgoglio: “Ma io non mollo”. Però sa che quello è un segnale. La conferma che ormai la resa dei conti è vicina. Non immagina quanto.

Infatti, quello stesso venerdì, a Madrid, il giudice Pablo Llarena del Tribunale Supremo, ha riattivato l’Oede, ossia il mandato di cattura europeo (era stato revocato a dicembre): contro di lui, quattro consiglieri della Generalitat e Marta Rovira, segretaria generale dell’Erc (Esquerra Republicana de Catalunya). Né lo consola il fatto che Felipe Gonzalez, ex premier socialista - non un amico, anzi, assai critico nei confronti degli indipendentisti - abbia polemizzato con il governo madrileno per il nuovo braccio di ferro tra la Spagna e i separatisti, condannando la “politicizzazione della Giustizia”. Si riferiva all’arresto di Jordi Turull, che stava tentando di presiedere la Generalitat ed è invece finito venerdì in carcere alle porte di Madrid, con altri quattro leader indipendentisti: Raul Romeva, Josep Rull, Dolors Bassa e Carme Forcadell, l’ex presidente del parlamento catalano.

In questo contesto, il governo spagnolo autorizza l’operazione per fermare Puigdemont. Che si articola in tre momenti: il primo, quello di un inseguimento a distanza, della vettura di Puigdemont, da parte di auto civetta della Policia Nacional spagnola. Il secondo, è l’accordo con l’Ufficio Federale di Investigazione Criminale tedesco (BKA), grazie alla riattivazione dell’Oede. Il terzo, è la scelta del luogo per intercettare Puigdemont ed arrestarlo: appena dopo la frontiera con la Danimarca, ma in pieno territorio tedesco. Perché il sistema penale della Germania è molto simile a quello della Spagna, per quanto riguarda i reati contestati all’ex presidente della Generalitat.

E così è stato. Ieri mattina, infatti, alle 11 e 19 - come attestato da un pignolo comunicato della polizia - l’auto dell’indipendentista catalano viene bloccata all’altezza di Schuby, lungo l’autostrada nazionale numero 7 una quarantina di chilometri da Flensburg, nello Schlleswig-Holstein, il land tedesco più settentrionale. L’avvocato Cuevillas confermerà più tardi che tutto è avvenuto nel pieno rispetto delle regole e della dignità di Puigdemont che non ha opposto alcuna reazione. L’ex capo della Catalogna viene portato in un commissariato, e poi, a bordo di un furgone Mercedes, trasferito nella prigione di Neumünster, non lontano da Amburgo. Oggi Puigdemont dovrà presenziare all’udienza di un giudice dello Schleswig-Holstein per confermare l’identità, giacché il magistrato tedesco dovrà aprire un procedimento giudiziario basato sul mandato d’arresto europeo. Puigdemont chiederà asilo politico: “Più che perseguito, sono perseguitato dalle autorità politiche del mio Paese, in preda ad un’involuzione democratica senza precedenti”.

La notizia del clamoroso arresto di Puigdemont fa subito il giro del mondo, piomba su Barcellona come un tornado, scatena l’ira degli indipendentisti catalani, resuscita la rivolta autonomista. L’atmosfera è incandescente. Ora dopo ora, ricorda quella dei giorni furenti di ottobre. Il primo a mobilitarsi è il gruppo separatista radicale “Comitati per la Difesa della Repubblica”: invita la popolazione a scendere in piazza, a manifestare contro gli “arresti politici”, e riaffermare a furor di popolo “Puigdemont nostro presidente”. Le Ramblas di Barcellona si riempiono di migliaia di manifestanti, il grido “libertà per i prigionieri politici” sovrasta possente il lungo celebre viale che scende sino al monumento di Colombo e che è il posto delle grandi manifestazioni, simbolo di lotta per la libertà e l’emancipazione. Centinaia di militanti si precipitano davanti agli uffici della delegazione che rappresenta in Catalogna la Commissione Europea, urlano “questa Europa è una vergogna!”. Scoppiano tafferugli davanti alla sede del governo centrale, presidiata dai Mossos, la polizia antisommossa: scontri, gas lacrimogeni. Il primo bilancio è di tre fermi, 17 feriti, decine di contusi. E’ rissa politica, anche. Il presidente dell’Aragona polemizza: “Puigdemont non è esiliato per le sue idee politiche, ma un cittadino processato per il crimine di ribellione e secessione”. Sulla facciata della casa del giudice Larena, a Das (Girona) qualcuno ha scritto: “Fascista”. Un gruppo interrompe la C-154 a Puigcerdà, una delle strade che portano in Francia. In Scozia, dove sta lavorando all’università di St.Andrews, l’economista Clara Ponsati, leader indipendentista inseguita da un mandato di cattura europeo come Puigdemont, decide di consegnarsi alla polizia: “Non mi faccio illusioni”. Ma i catalani?

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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