Miloš Forman

Storie

Come non parafrasare il titolo del suo film più famoso e struggente, Qualcuno volò sul nido del cuculo (1976, cinque Oscar, film, regia, Jack Nicholson e Louise Fletcher, sceneggiatura di Bo Goldman e Laurence Hauben) per annunciare che il grande regista di origine ceca Miloš Forman è volato ben oltre il suo nido, a Warren, un villaggio di 1300 anime nel Connecticut, dove abitava in una grande casa di campagna circondata da 64 acri di terreno che gli ricordava tanto Cáslav, la cittadina in cui era nato e cresciuto, non lontano da Praga: “E’ morto silenziosamente, circondato dalla sua famiglia e dai suoi più stretti amici”, ha dichiarato la terza moglie Martina Zborilova, sposata nel 1999. La magione di Warren l’aveva acquistata nel 1979 dal pittore paesaggista Eric Sloane, ed era una costruzione del 1748, ad appena 90 miglia da Manhattan, dove per anni aveva vissuto in un appartamentino del Greenwich Village assieme all’amico e collega Ivan Passer: “La porta era sempre aperta, una folla di artisti andava e veniva da casa nostra”. Lo sceneggiatore John Guare dichiarò una volta che andare da Forman e Passer era come “essere arrivato nella Boemia dell’avanguardia: solo ciò che bevevi e leggevi aveva davvero importanza”.

Jan Tomas Forman - il vero nome - aveva 86 anni, e una vita alle spalle che aveva mescolato tragedia e dolori, malessere e irriverenza. Suo padre Rudolf venne preso dalla Gestapo nel 1940: “Avevo 7 anni. Il direttore della scuola mi chiamò fuori dalla classe. C’era mio padre, in mezzo a due persone che indossavano soprabiti di pelle nera. Mi accarezzò la testa e mi disse che ero un bravo bambino. Mi dette un pacchetto: è per mamma, dille di star tranquilla, che tornerò presto. Non tornò mai più”. Morirà a Buchenwald. Tre anni dopo, la Gestapo arrestò sua madre: “I suoi occhi erano pieni di terrore. La portarono via. La casa rimase silenziosa. Non c’era più nessuno”. A crescerlo ci pensarono gli zii.

Un giorno ricevette una lettera da qualcuno che l’aveva conosciuta ad Auschwitz, dove era scomparsa: “Mi informava che Rudolf non era il mio padre biologico bensì un architetto ebreo che viveva in Ecuador. Era come un incredibile melodramma, più strano di un romanzo”. Il destino gli ha scelto un venerdì 13 di questo maligno 2018 per lasciarci, mentre all’orizzonte si addensavano nuvole oscure, di angoscia e paura. Una situazione che lui avrebbe adattato per un film, dove la sua estetica si confrontava - quasi un’ossessione - con l’autenticità, ossia: tutto deve essere vero come nella vita, fino all’ultimo dettaglio. Per lui avevano valore eguale comparse e protagonisti. Gli interessavano più i personaggi marginali che gli eroi canonici: pensiamo ad Amadeus (1984, 8 Oscar: film, regia, sceneggiatura, Fred Murray Abraham, costumi, suono, trucco, scenhografia) che non è solo un’opera sul contrasto fra genio e mediocrità, o sull’invidia (quella del prelato Antonio Salieri nei confronti di Mozart). A Forman premeva di mettere in risalto - con sarcasmo e cinismo - il talento a volte ingegnoso a volte furbesco dei perdenti che riescono a beffare i vincenti sul filo di lana della vita, cioè la morte. In Larry Flint-Oltre lo scandalo, (1996, Orso d’Oro al festival di Berlino del 1997) conta la biografia di uno che vuole imitare il Citizen Kane di Orson Welles, diventando magnate della stampa, ma quella porno. La provocazione cioè della pornografia quale simbolo della libertà individuale, elemento dissacrante che cela l’insidia dell’autodistruzione.

Con Forman che non c’è più - in realtà, complice la quasi cecità, non c’era più da qualche anno - abbiamo perso un altro punto di riferimento dei ribollenti anni in cui rivoluzione faceva rima con contestazione, tassello di quel formidabile mosaico della cultura libertaria che a cavallo del Sessantotto e poi sino alle illusioni del Duemila ha rappresentato coraggiosamente il carattere repressivo delle istituzioni e la violenza della società, l’assurdità delle guerre, l’ipocrisia del mondo ordinario, la piccineria dell’ufficialità.

Studiò sceneggiatura alla celebre facoltà di Cinema e Televisione dell’Accademia delle Arti di Praga. Nei suoi primi film - L’asso di picche; Gli amori di una bionda; Al fuoco, pompieri! - dimostra subito il suo talento: ha assimilato le lezioni del neorealismo italiano e della Nouvelle Vague francese, è l’alfiere della nova vlná (nuova onda), il movimento che negli anni Sessanta realizza una sostanziale modificazione formale del cinema, divenendo parte attiva del rinnovamento culturale praghese. Ma il caustico Al fuoco, pompieri! di Forman, girato nel 1967, scatenò le proteste dei vigili del fuoco cecoslovacchi, tanto che il presidente Novotny ne proibì la proiezione. Il comunismo non tollerava gli affreschi corali della gente e lo squallore in cui era costretta a vivere e lavorare. I carri armati di Mosca misero fine nell’agosto del 1968 alle speranze della Primavera di Praga: Forman era a Parigi e scelse l’esilio. In Francia scrisse la sceneggiatura di Taking-off, una commedia sul conflitto generazionale (infarcito di marijuana, musica folk, happening psichedelici, rivolta adolescenziale), poi si trasferì negli Stati Uniti. Ebbe la cittadinanza nel 1975, dopo il successo del “cuculo”. Il disincantato musical Hair, altra pellicola epocale, arriverà nel 1979, atmosfera hippy, afflati Era dell’Acquario, canzoni belle che diventarono manifesti contro la guerra nel Vietnam e contro ogni sistema di potere.


nota: Amadeus

Lo girò in patria, grazie ad un permesso speciale del capo dell’industria comunista cinematografica. Sotto l’occhiuto controllo della polizia politica Stb. Perché, disse, “nei paesi comunisti i film sui musicisti sono graditi, i musicisti non parlano, scrivono musica e nulla di sovversivo”

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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