Viviani vince ancora E oggi per la truppa c’è il temuto “Mostro”

Giro d’Italia 2018

Con furente progressione Elia Viviani ha vinto ieri a Nervesa della Battaglia la sua terza tappa in questo Giro partito da Gerusalemme ed approdato in terra di Prosecco: il campione olimpico veronese ha stritolato in volata il rivale irlandese Sem Bennett che aveva trionfato giovedì a Imola e lo tallonava nella classifica a punti. Ha poi scagliato rabbioso la bici per terra, e polemizzato con chi l’aveva dato prematuramente per “cotto”. Giovedì non aveva disputato lo sprint, aveva preso freddo, dimenticando di indossare una mantellina. Per qualcuno è bastato: Viviani ormai non è più quello d’Israele, dove aveva dominato. Si è accontentato… Certi giudizi affrettati e superficiali l’hanno imbufalito: “Ci vuole un po’ di calma, prima di giudicare: mi davano in crisi, hanno esagerato. Hanno detto cazzate. È vero, ho avuto giorni difficili, i momenti ‘no’ vanno vissuti e vanno battuti. Questo è lo sport. Questo è il ciclismo”.

Il Giro vive spesso di piccoli veleni, soprattutto nei giorni di stanca. Di solito anticipano le grandi paure: quando il gruppo si avvicina alla resa dei conti. Quella dello Zoncolan, per esempio. Il totem di oggi: lo spartiacque del Giro 2018. Che ricomincia, stavolta sul serio, dalle sue pendici. La corsa rosa, infatti, s’infila nella ruvida ma splendida Carnia e affronta la gran madre di tutte le salite: l’implacabile Zoncolan che i corridori chiamano il Mostro mentre i cicloturisti friulani – nostalgici dell’Impero asburgico – lo riveriscono (e lo temono) da provinciali sudditi delle strade che s’impiccano al cielo: è il “nostro Kaiser”. A pochi metri dalla vetta e dal traguardo c’è il monumento al ciclista. Lassù l’immonda fatica annebbia la vista: ti sembra piuttosto una lapide dei caduti.

E tuttavia, a vederlo l’infido Zoncolan, non intimorisce. Non per l’altezza: appena 1750 metri. Ma scalandolo dal versante di Ovaro, è micidiale. I friulani lo vantano come la salita per bici più dura d’Europa, altro che Mortirolo o Colle delle Finestre. Non senza ragione: sino al punto di valico è un inferno lungo 10,1 chilometri per 1200 metri di dislivello e pendenze che sono mortali sentenze: una media del 12 per cento, punte del 22 e un picco del 24. Spaventosi i sei chilometri centrali, senza tregua, mai sotto il 17 per cento, una rampa infinita. I tifosi hanno già sistemato striscioni che inneggiano alla grappa: il doping per affrontare freddo e mitigare gli incubi. La salita è l’essenza del ciclismo, la sconcia fatica dei corridori è passione, ma diventa pure spettacolo: oggi lo Zoncolan sarà come un immenso Maracanà del pedale, 100mila tifosi in delirio.

Chi vuole vincere il Giro non può perdere allo Zoncolan. Non bastano più le sfide degli sguardi, o gli scatti da furetto, come quelli del britannico Simon Yates, maglia rosa da otto giorni, primo sul Gran Sasso e a Osimo. Lo bracca l’olandese Tom Dumoulin, il vincitore del Giro 2017, staccato di 47 secondi: un diesel tenace, poderoso a cronometro (è campione mondiale). Yates è assai più leggero di Dumoulin che invece è più potente. Quando la strada s’impenna, volano i pesi leggeri, en dansant. Yates, per noi, è ancora un’incognita. Dumoulin è cocciuto e sa resistere.

Gli altri? Sornione, il francese Thibaut Pinot, terzo in classifica a un minuto e 04, non ha scialato energie, come Yates. Ha più classe. È un tipo da meditazione: come il nobile Pinot noir padre dei più grandi cru di Borgogna. La differenza che il Pinot corridore lo si degusta tra i tornanti. Gli altri? Fabio Aru paga 3’10”, il divo Chris Froome leggermente peggio: 3’20” addolciti dai 2 milioni di ingaggio.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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