Le parole di Bartali per accendere il Giro

Giro d’Italia 2018

GERUSALEMME. “Preferisco la parola Giusto piuttosto che quella di eroe”, affermerà uno schivo ma schietto Gino Bartali domani sera al Museo della Scienza di Gerusalemme, dopo che lo Yad Vashem, nel corso di una solenne cerimonia, gli avrà conferito la cittadinanza israeliana alla memoria per aver salvato 800 ebrei, fornendogli documenti falsi che nascondeva nel telaio della sua bicicletta. Una vicenda che non ha mai pubblicizzato: “Certe cose si fanno, non si dicono”. Ma è grato per essere ricordato come uomo Giusto: “Questa vostra iniziativa mi tiene vivo”. Basta che non si ecceda. Non gli garbava quella sorta di beatificazione che lo ha accompagnato per tutta la carriera, quelle invocazioni (“sia lodato Bartali”) della campagna elettorale del 1948 urlate da parroci e beghine, quando i democristiani inneggiavano al “magnifico atleta cristiano”, il corridore devoto a santa Teresa (era un terziario carmelitano) e alla Madonna: “Non ho fatto politica. Ho corso soltanto in bicicletta. Ringrazio il Cielo per il dono che mi ha dato”.

Svelerà un segreto, domani. Lui a Gerusalemme c’è già stato. Una volta. Con la moglie Adriana. Voleva visitare i luoghi della Passione. I cammini di Gesù. Il Santo Sepolcro. Lo ricorderà al pubblico: “Fu il più bel viaggio della mia vita”. La Gerusalemme condivisa delle fedi. Il suo nome è scolpito su un muretto del Giardino dei Giusti: ne sono orgoglioso, aggiungerà, ma non voglio che questo mi trasformi in un santo: “La mia è una fede semplice, terragna”. Sebbene sia stato ricevuto da quattro papi, si è sempre mosso con molta cautela nei confronti del potere ecclesiastico e comunque verso ogni potere.

Eroe? “Macché. Ho fatto cioè che avrebbe dovuto fare ogni persona, opporsi cioè alle ingiustizie”, spiegherà Ginettaccio nella città più contesa della storia, dove il 4 maggio partirà la prima tappa del 101esimo Giro d’Italia. Racconterà in modo asciutto che durante l’occupazione nazista e il regime repubblichino, per allenarsi faceva decine di volte avanti e indietro da Firenze ad Assisi. L’itinerario gliel’aveva suggerito il cardinale Elio Dalla Costa, amico e guida spirituale: “Aveva messo in piedi una rete di soccorso clandestina per favorire l’espatrio degli antifascisti e per mascherare l’identità degli ebrei perseguitati dai nazifascisti rintanati nei conventi dell’Umbria e della Toscana. Io portavo i documenti falsi dentro i tubolari del telaio”. Pedalava le strade del coraggio. Come quelle che il Giro percorrerà nelle tre tappe previste in Israele, dal 4 al 6 maggio: la prima, una breve crono attorno alla Città Vecchia di Gerusalemme. La seconda, da Haifa a Tel Aviv. La terza, da Be’er Sheva ad Eilat, nell’insidioso e rovente deserto del Negev.

E’ un evento straordinario in un contesto geopolitico drammatico. Il Giro è business: si parla di 10 milioni di dollari per questa Grande Partenza, alla vigilia delle celebrazioni per i 70 anni d’Israele (14 maggio). Si presenta come “corsa della pace”, ma in gara c'è un solo corridore israeliano e nessun palestinese...con la sicurezza garantita da un esercito di 6mila poliziotti e un’allerta costante. Il clima politico è piuttosto pesante. Il premier Netanyahu rischia d'essere processato per corruzione: il Giro è un ottimo ed opportuno “diversivo”. Nella striscia di Gaza, chiusa per terra per mare e per cielo come un carcere, le proteste al confine sono sedate nel sangue, i soldati israeliani sparano proiettili veri e le regole d'ingaggio sono contestate dall'opposizione progressista. Senza dimenticare le veementi polemiche per l'ambasciata Usa spostata a Gerusalemme, capitale l che gli israeliani considerano indivisibile ed eterna, mentre ci sono (vecchie) risoluzioni dell’Onu che condannano l’occupazione di Gerusalemme Est e delle alture del Golan che durano da 51 anni. Su tutto aleggia il fantasma (buono) di Bartali: teatralmente interpretato dall’attore Ubaldo Pantani (nel nome un destino, “sarebbe stato peggio se mi fossi chiamato Coppi”), 35 minuti di monologo intitolato “Bartali il campione e l’eroe”. Con Ubaldo che calcherà sul volto la maschera di Gino. E ne imiterà la voce roca indimenticabile: “Soprattutto, non voglio farne un santino”. Il protettore del Giro.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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