Il Giro santo

Giro d’Italia 2018 Gerusalemme

“Quando attacco, lo faccio per non morire di noia”, dice il montagnard Thibault Pinot che è dello Jura, una delle regioni più fredde d’Europa, che detesta l’aereo e che teme il caldo più di Chris Froome, il grande favorito del Giro d’Italia in trasferta mistica nelle lande della Bibbia. Pinot è il Mauro Corona del ciclismo, vive appartato in un villaggio nella zona della Plonge des Belles Filles, una salita riscoperta dal Tour dove hanno vinto Nibali e Aru: la sua casa è appena fuori il paese, ai margini del bosco, dove l’unico rumore è quello dell’impetuoso torrente che s’infila in un valloncello. La natura e gli animali sono il suo orizzonte esistenziale, odia la mondanità e la futilità. Ma non è un eremita, gli piace stare con gli amici, coi primi soldi importanti si è comprato una casa a La Mole di Cogolin, a due passi da Saint-Tropez, grande abbastanza per ospitare gli amici coi quali va a pedalare sui monti Mauri. Lì c’è il castello di Saint-Exupery, e Pinot in fondo si sente un Petit Prince delle due ruote, con la sua piccola corte che lo segue fedelmente come si segue un cavaliere pronto a combattere in Terrasanta. Cinque di questi amici, infatti, sono qui con lui nella sua squadra, la Groupama-FdJ, il più fido è Sébastien Reinchenbach, uno svizzero che quando la strada s’impenna schizza via che è un piacere. Parte in avanscoperta e prepara l’offensiva del capitano. Pinot è la mina vagante di questo Giro numero 101 che comincia domani con un breve cronometro – appena 9,7 chilometri – nel centro di Gerusalemme. Tortuosa, un su e giù difficile e insidioso (le strade non sono il massimo), tanto caldo, oltre i trenta gradi. Pinot se la cava in questa specialità, è stato due anni fa campione di Francia. Ha appena vinto il Tour of Alps (un tempo si chiamava Giro del Trentino) di solito trampolino di lancio del Giro.

Chris Froome, che partecipa al Giro con la spada di Damocle della possibile squalifica retroattiva, si è presentato al rituale incontro con i media schierando ai suoi fianchi la squadra al gran completo, un modo per far capire chi è l’uomo da battere: “Sono qui con una gran motivazione: questo Giro è il mio obiettivo. È stata una scelta ponderata. Nella preparazione ho anticipato le possibili differenti situazioni, ho provato il percorso della cronometro di soprattutto la salita dello Zoncolan. La difficoltà del Giro, rispetto al Tour, è che non esiste una tappa decisiva, ce ne sono alcune, e l’equilibrio del percorso impone d’essere sempre al meglio della condizione”.

Simula serenità quando gli tocca rispondere alla spinosa questione della sua criticata presenza al Giro, con il noto problema del salbutamolo, recita la parte della vittima di un complotto con un atteggiamento distaccato, e quando gli ricordano il caso di Alberto Contador, pizzicato all’antidoping e privato della vittoria al Giro nel 2011, perde per un attimo il self control e precisa con voce tagliente: “C’è molta differenza”, come a dire, io sono innocente lui è stato colpevole… Un particolare dimostra la sua paranoia: gli altri compagni di squadra sorseggiano acqua minerale dalle bottigliette fornite dall’organizzazione, lui no, non si fida, ha un recipiente scuro che non molla mai, ha paura cioè che qualcuno possa infilarci chissà cosa. Comunque, conscio che la sua presenza ha suscitato mugugni in gruppo, Chris e Dave Brailsford, il manager della Sky, si affannano a ripetere che “rispettiamo il Giro e chi lo corre”. Non manca un pizzico di diplomazia: “Sono rimasto piacevolmente sorpreso dalla sicurezza di questo Paese…”.

Fabio Aru ha preferito tenere un profilo basso, a dire che le squadri fortissime sono quelle di Froome e di Tom Dumoulin, il vincitore del 2017, “poi c’è Pinot è poi veniamo noi” della Uae, la squadra degli Emirati, e siccome è un ragazzo accorto, a chi gli ricorda che è stato inaugurato a Tel Aviv il primo velodromo del Medio Oriente, risponde che è una bella notizia, che sa di speranza, che il ciclismo, come tutti gli sport, non ha frontiere né muri, unisce e non divide, certo, ma non si è inoltrato nelle sabbie della geopolitica, l’unica cattiveria che concepisco “è la cattiveria agonistica rispetto a Chris”.

Resta, dei big, l’olandese alto e affusolato Dumoulin, ha gambe così magre che sembrano spezzarsi da un momento all’altro. A differenza dei rivali, non ha compiuto alcun sopralluogo, si fida della sua condizione, “sto bene, o almeno lo penso”. La differenza sostanziale è che oggi è marcato stretto, “so che per me le cose sono cambiate, ora ci si aspetta da me grandi cose, all’inizio la popolarità era strana, posso dire però che la squadra dello scorso anno non era forte come quella di oggi”.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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