I No Tav e i pro Palestina. Poi Froome vince il Giro

Giro d’Italia 2018 Susa

All’ennesimo insulto, lo spagnolo Ruben Plaza scende dalla bici, si fionda verso le transenne che separano la folla dai 151 corridori superstiti del Giro. Punta il gruppetto che sventola bandiere palestinesi e NoTav. Un attivista di Bussoleno gli grida: “Palestina libera! Palestina libera! A Gaza l’esercito israeliano uccide i civili palestinesi!”. Sono le 10 e 05, in piazza della Repubblica, a Susa. Hanno appena chiuso le operazioni di punzonatura, sta per partire la 20a e penultima tappa del Giro, altri 214 chilometri di fatica sconcia e ascesa sino a Cervinia.

Il veterano Plaza (38 anni) indossa la maglia celeste della Israel Cycling Academy, il team finanziato dal miliardario israelo-canadese Sylvan Adams. Quanto basta per metterlo nel mirino dei militanti filo-palestinesi. Ruben e gli altri 7 compagni sono stati insultati, durante la corsa, alle partenze e agli arrivi, perché “complici” della politica di Netanyahu, colpevoli cioè di correre per la prima squadra israeliana professionista. Così, dopo le grandi fatiche sulle montagne facile scattino i nervi, ora che i giochi sono fatti e Chris Froome ha imposto la sua legge, domando le velleità di Tom Dumoulin (che ieri dopo il traguardo non ha salutato il vincitore). Oggi passerella lungo i Fori Imperiali a Roma: l’organizzazione ha dato accrediti sia al rabbino capo della comunità ebraica che al Papa.

“Cosa c’entriamo noi con quello che succede in Palestina? Datti una calmata!”, ribatte furioso Plaza, “siamo qui per correre non per subire la vostra propaganda!”. I colleghi solidarizzano. Molti corridori non apprezzano l’ennesimo blitz dei Pro-Palestina. Come il bravo scalatore Giulio Ciccone della Bardiani che cerca di placare gli animi. Un corridore colombiano, addirittura, afferra la borraccia e spruzza acqua in faccia all’attivista. La tensione è alta. Poi viene dato il via. Il gruppo sfila.

I NoTav non demordono. Contestano la corsa rosa: “CambiaGiro!”. Condannano il presunto sostegno “esplicito” degli organizzatori allo Stato di Israele, “l’avviato tentativo di sdoganamento internazionale del trasferimento della capitale a Gerusalemme”. Denunciano l’inasprimento delle violenze e delle prevaricazioni verso i palestinesi. Con la grande partenza del Giro da Gerusalemme, spiega Bruno Teghille, commercialista e attivista storico di NoTav, “gli organizzatori hanno svenduto l’evento a uno Stato autoritario, offrendo una finestra pubblicitaria che vale ben più dei soldi con i quali gli israeliani hanno pagato il Giro”. E poi, tra NoTav e palestinesi ci sono esperienze comuni: “Militarizzazione dei territori, steccati, filo spinato, zone interdette, controllo militare della vita civile, limitazioni di movimento degli stessi residenti”. Cambiare il Giro, “significa sapersi mettere in discussione e sottrarsi al pensiero dominante, credere nella giustizia e nella pace tra i popoli”. Forse non sanno che uno degli sponsor dell’Israel cycling Academy è il The Peres Center for Peace.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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