Froome spiazza il Giro

Giro d’Italia 2018 BARDONECCHIA

BARDONECCHIA. “Primo classificato, Chris Froome. In attesa del secondo, trasmettiamo musica da ballo...”: lo speaker dell’arrivo a quota 1908 vorrebbe ripetere quel che disse Niccolò Carosio alla radio per Coppi nel 1946, quando il Campionissimo arrivò solitario con un vantaggio mostruoso sugli avversari, nella prima eroica corsa del dopoguerra, la Milano-Sanremo. Invece, scandisce i secondi, i minuti. Un conto alla rovescia che si diffonde lungo le ultime rampe di una strada impiccata al cielo, intasata dai tifosi in delirio. La maglia rosa Simon Yates è affondata nell’oscuro labirinto della morte ciclistica, staccato quasi di 40 minuti. A tre minuti e rotti è segnalato Tom Dumoulin, che aveva vinto il Giro del 2017: dopo un feroce inseguimento, arranca sfinito sui tornanti assassini dello Jafferau. Cerca disperatamente di resistere, ma sa che ormai Froome è il nuovo padrone della corsa, quindi saggiamente limita i danni. Gli altri che lo accompagnano in questa rincorsa dalle parvenze di una marcia funebre sono ormai figurine Panini, comparse di una tappa destinata alla piccola grande storia delle due ruote: il francese Thibaut Pinot si accontenta di essere terzo in classifica, il colombiano Lopes, la maglia bianca del miglior giovane, e l’ecuadoregno Carapaz difendono la quarta e la quinta posizione, che li consacra futuri campioncini. Staccati a minuti, il resto dell’intendenza.

Flash-back: Froome taglia il traguardo alle fatidiche cinque della sera, e anche questo poetico dettaglio gonfierà la leggenda. E’ la madre di tutte le sue vittorie: inattesa, nelle dimensioni e negli effetti. Ha domato l’interminabile arrampicata al Colle delle Ginestre, Cima Coppi coi suoi 2178 metri di quota di questo funambolico Giro 2018. E’ scattato a metà della salita, sorprendendo gli avversari al Colletto, dove iniziava il lungo tratto di sterrato, quando mancavano 83 chilometri all’arrivo, metà dei quali verticali. Una progressione inarrestabile, impietosa ha forgiato l’impresa. Froome ha aumentato e consolidato il vantaggio in discesa e poi risalendo sul Sestriere. Lì, alle 16, era già maglia rosa virtuale. Ha resistito alla rincorsa di Dumoulin e Pinot. Ha affrontato con rabbia e determinazione l’ultimo ostacolo, il velenoso Jafferau, nove chilometri che sembrano infernali: dove è facile abbandonare ogni speranza, con quei tornanti secchi e le tossine delle salite precedenti. Ha conquistato la maglia rosa sbaragliando gli avversari. Pure la maglia azzurra di miglior scalatore. Si è vendicato di chi, come Tom Dumoulin, aveva detto alla vigilia della Grande Partenza da Gerusalemme: “Io nelle sue condizioni non sarei qui al Giro”. Le condizioni, cioè, di un corridore sub-judice per avere assunto un antiasmatico vietato. Replica secco Froome: “Sono io che decido quando smettere”.

Ha scagliato il pugno destro alle nuvole che poco per volta si arruffano sulle vette di queste Alpi Cozie arrabbiate, offese dal taglio della Tav. Esulta, stremato: “L’unico modo per pigliare la maglia rosa era attaccare da lontano. Sapevamo che sarebbe stata una tattica folle. Ma mi sentivo bene, la condizione è cresciuta col passar dei giorni. Certo, è stato un rischio. Ma calcolato. Tutta la Sky ha approvato questa tattica crazy. La squadra è stata fantastica, aggressiva fin dai primi chilometri”. Parla italiano - ha vissuto un anno a Brescia e uno in Toscana - lo alterna con un impeccabile inglese (ma è nato in Kenya). Ha percepito il cambiamento della folla nei suoi confronti: “Grazie mille, tifosi!”. Ha fatto finta di non vedere due tizi in cima alle Finestre che agitavano due contenitori spray per l’asma. Non celebra (ancora) la vittoria finale, “nulla è ancora garantito, ci sono le ultime salite a decidere”, quelle che portano da Susa a Cervinia oggi. Intanto si gode 40 secondi di vantaggio su Dumoulin, che è arrivato con la lingua di fuori. Il gran popolo del ciclismo il coraggio e l’incoscienza del campione, gli perdona i peccati. Chris è stato un po’ Pirata, ha corso alla Pantani, ha voluto dimostrare che non è soltanto il corridore telecomandato dalla Sky, l’uomo che pianifica le tappe come un ragioniere. Ha osato. Questa vittoria è la sua più bella. Più sofferta. Più cercata. Ha vinto quattro Tour, forse domani vincerà il suo primo Giro, “per me è la corsa a tappe più difficile ed imprevedibile del mondo”.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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