Riparte il Giro: ma l’Italia delle bici è lontana dall’élite Sabato prossimo tornano le maglie rosa a Bologna I team azzurri sono di serie B, ma Vincenzo Nibali, vincitore di 2 edizioni, ci prova

Giro d’Italia 2019 Bologna

“Laggiù, fra i lampi, appare San Luca. Siamo vicini all’Ippodromo Zappoli di Bologna, la prima delle otto fatidiche mete”: è la notte, buia e tempestosa, del 13 maggio 1909. Centodieci anni fa. Sta per arrivare “il cronologico manipolo” del primo Giro d’Italia, dopo 400 (!) chilometri. Il via è stato dato a Milano, nel rondò di piazzale Loreto: alle 2 e 53 in punto del mattino. Già questo, epopea.

La stoica partenza “alle ore antelucane” ispira Achille Beltrame, il popolare disegnatore della Domenica del Corriere. La tavola del 23-30 maggio 1909 immortala la storica levataccia mentre la folla incita i 127 corridori (erano iscritti in 166): “Uno spettacolo strano e insolito quell’incrociarsi di auguri e di saluti, quello scintillìo di ruote, quello strepito di automobili, quel grigio confuso sotto le tenui stelle…”. Fin dall’inizio il Giro diventa luogo letterario. Omerico cimento. Palestra per sperimentare curiose invenzioni linguistiche. Chi lo racconta rende il ciclismo appassionante. Complici i ciclisti che rendono spirituali corpo e fatica. Più si pedala in bicicletta, più si pensa… Un giorno, Alfredo Martini, glorioso cittì della Nazionale, mi disse: “A quei tempi il ciclismo era sofferenza pura. Le tappe duravano una giornata intera, su strade infami. I corridori erano senza supporti tecnici, dovevano arrangiarsi e fare i meccanici. Le ore in sella le trascorrevi meditando”.

La prima tappa del primo Giro d’Italia fu vinta allo sprint dal giovane romano Dario Beni, “il prototipo dell’atleta fortissimo e degno degli allori supremi. Alto, vigoroso, nel suo sguardo penetrante ed incisivo si scorge a primo tratto l’animo risoluto, ed il cuore temprato”. Brividi patriottici, sovranisti direbbe Salvini: “Figlio di quella Roma immortale che di improvviso rivela le stigmate della fierezza antica: al corridore che seppe e volle imporsi al più grande nucleo di atleti chiamati a raccolta per le balze italiche”. L’Italia del Giro d’Italia cominciò così. Centodieci anni dopo eccoci di nuovo a Bologna: qui sabato 11 maggio parte il Giro numero 102. Con una breve, ferale tappa: 8 chilometri, da Porta San Felice a San Luca. Finale di pendenze che saranno subito sentenze.

A San Luca il Giro approdò la prima volta nel 1956: vinse Charly Gaul. Il “garzone con le ali” che volava in salita avrebbe poi conquistato la maglia rosa nella leggendaria tappa del Bondone, sconvolta da una bufera di neve e da un freddo polare.

Ma l’ascesa a San Luca del 1956 viene ricordata anche per l’impresa di Fiorenzo Magni. Una foto lo ritrae mentre spinge sui pedali, il volto trasfigurato dal dolore. Aveva clavicola e omero fratturati. Per aiutarsi, stringeva coi denti un laccio di gomma fissato al centro del manubrio. È l’immagine simbolica del campione indomito. Magni chiuderà quel Giro al secondo posto, staccato di 3’30” da Gaul: “Il ciclismo è uno sport da uomini veri”, dichiarò una volta, “il ciclismo è la vita: ti forgia e ti mette in condizione di affrontarla con uno spirito forte”.

Retorica che sa di Ventennio. Magni non nascose mai la sua fede politica. Per il poeta Alfonso Gatto fu il “fascista in maglia rosa”: era stato volontario nella Guardia Nazionale repubblichina. Accusato d’aver sparato nell’imboscata di Valibona, il 3 gennaio 1944, quando vennero trucidati alcuni resistenti toscani, fu assolto nel 1947 con formula dubitativa. Concluse il primo dei suoi tre Giri vittoriosi, nel 1948, subissato di fischi dalla folla. Lasciò il Vigorelli in lacrime.

Oggi è il ciclismo italiano che piange: nessuna formazione tricolore è tra le diciotto dell’élite World teams, la Champions delle due ruote. Costa troppo. I team più competitivi ed attrezzati hanno budget superiori ai 30 milioni (come l’ex Sky che si chiama ora Ineos). Eppure l’Italia è una grande potenza dell’industria ciclistica. Le biciclette generano un giro d’affari superiori agli 8 miliardi, ed oltre 800mila italiani le usano regolarmente per andare al lavoro. Le imprese del settore sono 550 (2500 addetti) ed altre 300 gravitano nell’indotto. Qualche mese fa, Mario Cipollini propose a Salvini un “salvataggio nazionale del ciclismo”, per mettere “in piedi la più forte squadra mai vista al mondo”, riportando “tutti i nostri corridori più forti sotto il tricolore”. Progetto impossibile, Salvini è rimasto impassibile.

Con le wild card, gli organizzatori del Giro hanno rimediato al cono d’ombra invitando tre squadre italiane del Continental Professional, il rango B internazionale. La globalizzazione e l’irrompere di nazioni nuove ha resettato la geopolitica ciclistica, facendo lievitare i bilanci che le medie e piccole imprese nostrane non si possono più permettere. Così, oltre alla fuga dei cervelli, abbiamo la fuga dei pedali. Altro che “prima gli italiani”. Per riuscirci, ci vorrebbe un miracolo di Vincenzo Nibali, che di Giri ne ha vinti due. Ma ha 34 anni e mezzo. I nemici sono ossi durissimi. L’ostico Tom Dumoulin, la “farfalla di Maastricht” (suo il Giro 2017), ha dalla sua le tre crono, l’ultima conclude il Giro a Verona. Lo sloveno Primosz (un nome, un destino) Roglic, è in gran spolvero, fila in salita e va come una locomotiva a crono. Per fortuna di Nibali, mancano molti dei migliori, a cominciare da Chris Froome che aveva promesso di correre il Giro (vinto nel 2018) ma lo ha tradito per il più reputato Tour de France. Sognare è gratis.

Fonte: Il Fatto

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