Giro d’Italia più duro tra chiodi, sabotaggi, botte. E auto killer Nel 1914 partirono in 81 per affrontare le durissime tappe da oltre 400 km l’una. Solo in otto arrivarono al traguardo. Il primo venne investito da una macchina

Giro d’Italia 2019

“Il Giro d’Italia del 1914 dovrà essere per gli uomini forti”, scrisse la Gazzetta dello Sport, già imbevuta di retorica bellica. La Grande Guerra era alle porte. Il Paese viveva momenti di profonda crisi. Moti di protesta, scioperi, fame. La Gazzetta rischiava di chiudere. Così puntò le sue chances su un Giro inumano, durissimo: solo 8 tappe, ma in media lunghe 400 chilometri. Lungo strade disastrose: polvere, fango, pioggia.

L’idea piacque ai costruttori delle bici. Potevano dimostrare che le loro “macchine a pedali” erano efficienti e robuste, anche in condizioni estreme. La concorrenza fu spietata, non mancarono corridori senza scrupoli pronti a danneggiare i rivali. Ceffoni, chiodi, sabotaggi, tentativi di corruzione. La corsa fu un susseguirsi di intimidazioni e scorrettezze. Qualcuno addirittura volle far fuori il primo della classifica.

Partirono in 81, arrivarono in 8. Una decimazione. Un record significativo. Dominò l’irriducibile Alfonso Calzolari, detto “Fonso la Mort”: “Capace di resistere alle più aspre fatiche”. L’unico bolognese a vincere un Giro. Relegò a quasi due ore (1h 57’26”) il legnanese Pierino Albino. Un abisso. Pure questo record imbattuto. Una vittoria sofferta. Non solo per l’immonda fatica. Ma perché Fonso, la morte la vide in faccia. Accadde il 3 giugno, durante la sesta tappa, da Bari all’Aquila; 428 km, lungo la Salita delle Svolte e nei vortici paurosi della discesa verso Sulmona. Calzolari ricordò così il fattaccio: “Sono in fuga con altri quattro quando arriva un’auto rossa da corsa.

Attaccatevi, grida uno che era sopra. I quattro che erano con me si attaccano, e io grido: vi denuncio! Intanto arriva la macchina della giuria e quelli si staccano. Vado avanti e poco dopo mi vedo venire addosso la macchina rossa che mi stringe contro un muro e mi fa cadere. Mi metto a piangere come un bambino” (cito Paolo Facchinetti, autore di Giro 1914, il più duro di tutti Bradipolibri, 2009). Altri aggiunsero dettagli da complotto: nell’auto rossa gli occupanti avevano barbe e baffi finti.

La giuria escluse Calzolari dal Giro, perché visto al traino dell’auto rossa. Col passare delle ore, però, gli organizzatori si convinsero che c’era del losco. E che l’incidente fosse stato provocato per far fuori il capoclassifica. Chi era stato il mandante? Una squadra rivale? La Stucchi di Calzolari era una outsider, mentre l’Atala e la Bianchi erano le più quotate, con grandi campioni. L’Atala aveva vinto il primo Giro del 1909 con Luigi Ganna, quello del 1910 con Carlo Galetti. La Bianchi con Galetti conquistò il Giro del 1911. L’anno in cui la Bianchi fornì al ministero della Guerra le bici per i reparti dei bersaglieri ciclisti: ben 63 mila pezzi.

Con i venti di guerra, si aspettava un nuovo appalto. Emilio Colombo, su Sport Illustrato, confermò l’agguato. Ripreso dalla famosa vettura, e “replicatamente incitato dagli occupanti con grida di ‘attaccati, attaccati, siamo degli amici, non fare lo sciocco tanto nessuno ti scorge’”, Calzolari prima protestò, poi supplicò “lasciatemi in pace”, indi pianse. A quel punto, “l’auto credeva opportuno insistere e serrarlo contro il parapetto della via montagnosa”. Calzolari cadde. Si rialzò a fatica, imprecò, afferrò il parafango posteriore di sinistra dell’auto per sostenersi e “fece così barcollante una 70 metri circa”. Fu penalizzato per traino, e retrocesso nell’ordine d’arrivo dietro l’ultimo, più un minuto. Perse tre ore. Ne conservò ancora due su Albini. L’attacco fallì. E Fonso la Mort vinse il Giro.

Fonte: Il Fatto

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