La Calabria del Giro senza bagno di folla

Giro d’Italia 2005

UN GIRO "senza ponte", titolava ieri il Quotidiano della Calabria in prima pagina, con suggestiva ed intrigante immagine, ma il resto dell'articolo non affrontava la polemica annunciata da quel "senza" e del ponte sullo Stretto non abbiamo più trovato alcuna traccia salvo un doppio interrogativo ancor più misterioso, "Cosa dirà questo Giro al vecchio Stretto? Che dice invece al nuovo Ponte che verrà?".

Questo mi ha ricordato un racconto di Mark Twain ("L'elefante bianco"?) in cui qualcuno, ad un certo punto e senza motivo apparente, chiede: "Ma Leos dov'è?", e non lo sapremo mai, anzi non sapremo nemmeno chi è questo Leos e perché viene invocato.

In compenso sappiamo che alla facoltà di Economia dell'università di Messina un'inchiesta ha appurato quanto poco sia gradito il Ponte dalla popolazione che lo dovrebbe sfruttare: l'80 per cento dei pendolari non lo utilizzeranno per i loro spostamenti, mentre solamente il 45 per cento dei cosiddetti "grandi viaggiatori" (quelli che affrontano più di mille chilometri) ha dichiarato che l'utilizzo del pontesarebbe preferibile rispetto ai traghetti veloci su lunga percorrenza.

Per non parlare dell'impatto ambientale, in un'area a forte rischio sismico e con undici siti di "interesse comunitario".

Ecco, ieri sera, è successo che il Giro "senza Ponte" è rimasto anche senza "il bagno di folla" che invece avrebbe meritato, e che tristezza abbiamo patito nel vedere lunghi tratti del percorso deserti... Eppure andava in scena uno spettacolo sportivo unico, bello, importante. Non è che da queste parti il Giro faccia spesso capolino.

Dal 1909 ad oggi il Giro è infatti passato in Calabria soltanto 23 volte, la prima nel 1929, quando Alfredo Binda vinse a Cosenza. E mai vi era iniziato. Quanto alla presenza agonistica di concorrenti calabresi, i giornali locali ne ricordano solo cinque: Nobili, Canale, Faraca, Coppolillo e Sgambelluri (ancora sulla breccia ma senza contratto). Inoltre, a rendere ancora più particolare la serata di questo Giro che si annuncia battagliero ed interessantissimo, c'era l'addio pedalato del funambolico Mario Cipollini, il ciclista più popolare d'Italia, il quale ha scelto proprio il prologo di Reggio per il suo definitivo commiato. L'ha fatto in modo stravagante, come è nel suo stile. Su una bici rosa, indossando un body fosforescente rosa, e per di più c'era la diretta tv ad enfatizzare l'avvenimento. Un sabato sera memorabile.

Macché. I giovani hanno invaso la via Marina - oggi ribattezzata via Falcomatà in ricordo del vecchio amatissimo sindaco scomparso di recente - a gara conclusa, a riflettori spenti, a telecamere chiuse. Più interessati alle automobili e alle moto della carovana che non alle sofisticate biciclette dei 197 "girini".

Pedalare stanca, e poi la cultura della bicicletta quaggiù è più remota dell'Islanda. Resta la consolazione di un paesaggio splendido a far da cornice, ad illudere, ad eludere. La Calabria che il Giro percorre da oggi sino a martedì è il "più grande parco nazionale della disoccupazione" (sempre il Quotidiano della Calabria), "la fiera dismessa delle speranze perdute, quel che è il mondo magico e violento della 'ndrangheta, il fitto curriculum dei pubblici fallimenti governativi".

Il tracciato delle tappe calabresi si snoda in una Calabria dove i sindaci ricevono proiettili per posta (è capitato l'altro giorno al primo cittadino di Lamezia Terme, al presidente della Regione Agazio Loiero, ad un assessore, alla vicepresidente dell'Antimafia), dove spadroneggiano le 'ndrine (ossia le cosche), dove chi cerca di emanciparsi imprenditorialmente si vede bruciare l'azienda, minacciare di morte (la pasticceria di Nardodipace, in provincia di Vibo Valentia, noto come il paese più povero d'Italia). Sono strade che alla gente del posto ricordano paura ed esecuzioni feroci, sono luoghi svuotati dall'emigrazione, dalla disperazione, o dove si campa rassegnandosi. Il gruppo sfilerà tra lo scempio edilizio di una costa selvaggiamente devastata e le reliquie di un'industrializzazione coloniale e un'agricoltura frenata.

Noi, guardando la corsa, ci chiederemo perché.

Fonte: repubblica.it

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