Bettini, finalmente in rosa E’ il mio sogno di bambino

Giro d’Italia 2005 TROPEA

TROPEA - «Quattro Giri d' Italia e mai la soddisfazione di arrivare primo in una tappa. Mai ho indossato la maglia rosa. Lo farò finalmente domenica», aveva annunciato Paolo Bettini nei giorni concitati della vigilia di questo Giro d' Italia. L' aveva fatto senza spavalderia, anzi, come fosse una cosa dovuta, una sorta di coronamento della carriera, in fondo Bettini ha vinto tre Coppe del Mondo, un' Olimpiade, una Sanremo, due Liegi e parecchie altre classiche, ma al Giro era sempre stato una figura marginale, più che altro al servizio di Michele Bartoli, gran cacciatore di tappe. Poi arrivò il divorzio da Bartoli e Bettini divenne Bettini, un signor finisseur agile e furbo, dallo scatto micidiale, dall' allungo fatale. Quando annunci la vittoria e poi vinci, dicono i grandi vecchi del ciclismo, vuol dire che sei e sai di essere un campione vero. Paolo Bettini fece così ai Giochi di Atene, il 14 agosto scorso: si presentò da favorito e conquistò la medaglia d' oro. Però nulla nasce dal caso o dall' azzardo. Il tracciato di Atene era ideale per Paolino. Bisognava verificare che lo fosse pure quello di Tropea, dove si concludeva la prima tappa del Giro 2005. Venerdì, infatti, il sornione Bettini fila in macchina a Tropea con Serge Parsani, il suo direttore sportivo. Misura a occhio i colpi di pedale che occorrono per scrollarsi di dosso gli avversari: «Vedo tre tornanti secchi secchi con pendenze del 15%, poi un altro strappetto e subito dopo il traguardo. Mi sono reso conto che era alla mia portata». Per saggiare la propria condizione - veniva da cinque ricadute influenzali e da una debilitante mononucleosi - Bettini nel brevissimo prologo di sabato sera fa il kamikaze. Si butta controvento. Strappa lo stesso un ottimo 13° posto a soli 3" dal vincitore Brett Lancaster. Missione compiuta: gambe e testa funzionano a dovere. Il progetto di Tropea stava in piedi: «Ma un conto è l' azione progettata a tavolino, un altro è metterla in esecuzione», borbottava scaramanticamente. Ad ingarbugliare le carte, le logiche del ProTour: ossia un sacco di corridori incontrollabili, specie quelli stranieri, costretti a scannarsi per portar punti alle loro squadre. «Dobbiamo attaccare sin dall' inizio», suggerisce Parsani. Il gruppo lascia Reggio. Il Giro vero comincia a mezzogiorno. Scappa Leonardo Scarselli, è la prima fuga del 2005. Bettini gli manda dietro il fido e possente Stefano Zanini, in modo da costringere le squadre dei velocisti a spremersi prima del finale. Perché Zanini è capace di arrivare a Tropea da solo. Con Zanini si aggregano due desperados, Krauss e Veneberg. Scarselli è raggiunto. I quattro guadagnano terreno: avranno un vantaggio massimo di 11 minuti e 5 secondi. Un po' troppo. La trappola di Bettini funziona. Le squadre dei velocisti abboccano. Il gruppo riacchiappa i fuggitivi. Dopo, scaramucce. Infine, la stilettata perfida di Bettini al primo tornante della Rocca Nettuno. Di Luca, rimasto intruppato, tarda a liberarsi. Come spinto da un elastico, Bettini divora i 520 metri dello strappo, irrompe sul traguardo, trionfa. Petacchi perde lo sprint con McEwen. Paolino confessa: «Da bambino sognavo questo momento. Temevo di fallire. Negli ultimi tempi stavo già di morale, per i miei problemi fisici. Monica, mia moglie, e pochi altri, mi hanno aiutato ad uscire dalla crisi. E' facile star vicino quando si va forte», brontola Bettini. Il rosa gli sta bene addosso: «Mi godo la maglia, ho penato nove anni per riuscirci mica intendo perderla subito». Riflette un istante: «Meglio essere realisti. Vediamo quanto tempo sono in grado di tenerla. Io sono veloce, ma non sono un velocista. Se c' è da rischiare troppo, vuol dire che mi farò da parte. M' ero segnato tre tappe: Tropea, l' Aquila e Pistoia. A Tropea ce l' ho fatta».

Fonte: repubblica.it

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