La profezia di Wilders “Alla fine vinceremo noi” Il leader xenofobo promette battaglia: “Non mollerò l’osso, siamo diventati il secondo partito”. Ma nessuno vuole allearsi con lui. Rutte: “È stata la vittoria del buon senso”

Elezioni Olanda 2017 Maastricht

AMSTERDAM. In questo Paese di coalizione, mentre i capi dei principali partiti olandesi si sono riuniti ieri in Parlamento per discutere come organizzare la formazione di un nuovo governo tutti si domandavano: adesso, che farà il populista sconfitto Geert Wilders dalla fluente chioma cotonata che aveva fatto tremare l’Europa ed evocato i fantasmi di Brexit?

Ha perso una battaglia, non la guerra, fa capire: “Continuerò la mia campagna elettorale: sarà una campagna incessante. Non darò tregua. Non mollo l’osso. Abbiamo conquistato cinque seggi in più rispetto al 2012: è il nostro miglior risultato. Eravamo il terzo partito più importante d’Olanda. Ora siamo il secondo. La prossima volta saremo il primo”. Poco importa come sono andate le elezioni di mercoledì, “il genio non ritorna nella lampada, la nostra rivoluzione patriottica, che sia oggi, sia domani, avverrà comunque...”.

Tanto per non smentirsi, ha cominciato subito a sparigliare le acque: “Sono pronto a governare”, ha annunciato - quasi una minaccia - e poi, sornione, ha aggiunto, con un sorrisetto da ragazzo cattivello, “se è possibile”. Il che non è: nessuno vuole un alleato così sulfureo, razzista, islamofobo. In una parola: imbarazzante e screditato. Ci furono dei contatti, qualche mese fa, con 50PLUS, una formazione di destra che punta sui pensionati ed è forte a Maastricht, ma le trattative naufragarono subito: 50PLUS pretendeva che Wilders rinunciasse al programma anti immigrati, il suo cavallo di battaglia. Come chiedere a un liberale di rinunciare al mercato libero.

Ovviamente il primo ministro uscente Mark Rutte, leader del partito VVD (liberal-democratico, ha impugnato la vittoria come la spada del condottiero che si è battuto innanzitutto contro le forze del male populista e per la saldezza dell’Europa. La piccola Olanda ha espresso un grande e significativo voto, ha sottolineato Rutte, assumendo il ruolo di leader del Paese, gli olandesi hanno resistito alle spinte razziste e xenofobe, “è stata la vittoria del buon senso e una buon avvio per la stagione elettorale europea”. La “paura del disordine” in nome dell’identità nazionale li ha portati in massa alle urne. In certe sezioni dell’Aja e di Amsterdam c’erano file così lunghe che sono rimaste aperte anche dopo le ventuno di mercoledì sera, l’ora in cui invece avrebbero dovuto essere chiuse. Ad un certo punto, solo ad Amsterdam, sono state ordinate in mattinata 25mila schede elettorali supplementari. Per riscontrare un’affluenza così alta (oltre l’81 per cento), bisogna ritornare indietro negli anni, sino all’88 per cento del 1977.

Le prime analisi del voto - le tv hanno discusso i risultati per tutta la notte - sono ancorate a dati provvisori (relativi al 97 per cento dello scrutinio). I numeri dicono che Rutte ha contenuto l’emorragia annunciata dai sondaggi che gli assegnavano tra i 18 e i 20 seggi, dimezzando il successo del 2012 (41 seggi). Gliene sono rimasti 33, il che gli permette di legittimare i negoziati con gli altri partiti per la formazione del nuovo governo. Wilders ha preso 20 seggi, ne aggiunge cioè cinque. Solo tre mesi fa si pensava che ne rastrellasse almeno il doppio. La spinta che attendeva non è stata dunque così spettacolare come il “Trump batavo” sperava. La crisi degli ultimi giorni con la Turchia ha permesso a Rutte di manifestare una fermezza pagante, spiazzando Wilders. Ora Rutte può ridisegnare il frammentato paesaggio elettorale con una coalizione di centrodestra che dovrebbe vedere quali partner insieme al suo VVD i progressisti di D66 e i cristiano-democratici che hanno ottenuto 19 seggi ciascuno. Questo governo a tre però non ha la maggioranza. All’appello mancano cinque seggi. E allora, dove punta lo sguardo di Rutte? Il premier uscente, un liberale-conservatore, considera suoi alleati “naturali” i Cristiani (CU, 5 seggi) e i Protestanti rigoristi (SGF, 3 seggi). Però resterebbe prigioniero di logiche complicate e di veti incrociati. Piace invece a tanti l’emergente Jesse Klaver, il trentenne capo dei Groen Links, la Sinistra Verde. E’ giovane. Carismatico. Padre marocchino, madre per metà indonesiana. Lo chiamano il Justin Trudeau olandese, per via dello stesso smagliante sorriso. Ha portato i verdi da 4 a 16 seggi: formidabile risultato. Sua la posizione politica più ragionevole, nei confronti di Wilders: “Populismi e movimenti estremisti non vanno rincorsi ma vanno contrastati con proposte e valori concreti. E pigliarsela con gli immigrati non ha alcun senso, non sono loro la causa della crisi e non è colpa loro se ci sono stati tagli al welfare. Sono le paranoie della destra, mica quattro gatti stranieri, ad aver cancellato anni di tolleranza”. Ci fosse una guida Michelin dei politici olandesi, vale la deviazione.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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