Dieci anni dopo “Democratura” - Da padrone del Paese Vladimir è ormai diventato antagonista mondiale

Anna Politkovskaja

Anna Politkovskaja è stata uccisa dieci anni fa, nel giorno del cinquantaquattresimo compleanno di Vladimir Putin, e questo non è stata una coincidenza. Ma un omaggio al Gran Capo. Un segno. E un segnale a tutti i nemici interni. Taceva per sempre colei che usava la forza delle parole per documentare rigorosamente lo scaltro gioco politico che stava liquidando la giovane democrazia parlamentare russa e che aveva impiccato i sogni di libertà coltivati dopo il crollo dell’Unione Sovietica. La Russia del 2006 viveva ormai “tempi vegetariani”, come dicevano allora gli oppositori - penso al più combattivo di loro, il campione degli scacchi Garry Kasparov - ossia tempi buoni per occuparsi solo dei bisogni materiali, ma non di politica o di economia, territori strettamente controllati dal Cremlino, che intanto allargava le sue spire oppressive lentamente, inesorabilmente, in nome della “democratura”, e della tirannìa maggioritaria, garanti di sicurezza e padrini della rinnovata grandezza imperiale.

Dieci anni dopo, la Russia del 2016, frullata da Putin, è apatica, silente, avvilita. C’è rassegnazione. Paura, assai più di quando la Politkovskaja venne ammazzata nell’androne di casa. Una Russia impoverita dalla politica guerrafondaia del Cremlino, dalle sanzioni, dalla corruzione dilagante, dalla scriteriata e fallimentare economia concentrata su petrolio, gas e materie prime, dunque facile preda delle convulsioni finanziarie globali. Cala il prezzo del barile, va in tilt il sistema. Guai a denunciarlo. Se prima c’era la coraggiosa Politkovskaja, tra le poche che sfidavano il regime, oggi c’è il vuoto, e la (flebile) protesta di chi ha scelto l’esilio o usa un web sempre più ammanettato. L’oligarca Mikhail Khodorkovskij aveva osato contrapporsi al presidente russo, gli andò male. Perse la Yukos, leader del petrolio, e la libertà: otto anni di galera siberiana, prima della clemenza putiniana. Vai via e resta fuori dalle faccende russe. Khodorkovskij ha messo in piedi un sito (The Open Wall) per polarizzare l’opposizione, e sensibilizzare l’opinione pubblica occidentale. Da poco ha lanciato il movimento “Rimpiazzare Putin”. E’ convinto che cadrà, fatalmente cacciato da una rivolta, come ha spiegato al Nouvel Observateur di ieri: “La popolazione è in uno stato di apatia politica. Ma, attenzione, la storia russa ha mostrato che questo tipo d’apatia precede sempre una vampata di risentimento, soprattutto quando il potere d’acquisto s’affloscia, come è il caso attuale. Putin conosce il rischio, è la ragione per cui ha moltiplicato le disposizioni per essere pronto a domare le manifestazioni quando si faranno. Pochi giorni fa ha trasferito 160mila poliziotti nei ranghi della guardia nazionale, un corpo non a caso incaricato di reprimere gli assembramenti popolari”.

Si avverano, insomma, i timori della povera Anna che aveva smascherato l’attitudine occulta di Putin: “Figlio del più nefasto tra i servizi segreti del Paese, non ha saputo estirpare il tenente colonnello del Kgb che vive in lui, e pertanto insiste nel voler raddrizzare i propri connazionali amanti delle libertà. E la soffoca, ogni forma di libertà, come ha sempre fatto nel corso della sua precedente professione”. La differenza tra il Putin da lei descritto e quello di oggi è la diversità di “scala” (geopolitica e militare) in cui il presidente russo si misura. Nel 2006, si giostrava in una dimensione “interna”, in cui prevalevano ancora i residui della Cecenia e gli effetti collaterali politici delle azioni terroristiche che avevano sconvolto la Russia. Nel 2016, l’ascesa “internazionale”, con il ruolo determinante nella guerra siriana (in cui si sviluppa il conflitto ibrido con gli Stati Uniti). L’appoggio ai secessionisti del Donbass contro Kiev, l’annessione della Crimea, la difficile partita con l’Europa e soprattutto con la Nato. Il Putin di oggi, amato da Marina Le Pen, adulato da Salvini e padrino dei movimenti populisti ungheresi e slovacchi, è diventato l’antagonista dell’Occidente, ha cooptato la Turchia di Erdogan, flirta coi cinesi, a tal punto che sembra riprodursi un nuovo ed aggiornato capitolo della Guerra Fredda, declinato su un livello virtuale inquietante e alla lunga destabilizzante. Putin 4.0.

Fonte: ilfattoquotidiano.it