Rabin guerriero di pace morì con il suo sogno L’allora premier Venne eliminato vent’anni fa: due colpi sparati alla schiena da una Beretta, mentre stava per salire in auto dopo aver concluso un discorso contro la violenza

Storie

Zakhor! “Ricorda!”, invitano i militanti della sinistra israeliana in questi giorni di triste memoria. Sono apparsi nelle strade di Tel Aviv giganteschi cartelloni, ritraggono il volto di Yitzhak Rabin, l’uomo degli accordi di Oslo, così tanto vituperati dagli avversari delle destre e delle formazioni ultra-ortodosse. Già: ricorda! Come il premier laburista venne brutalmente eliminato vent’anni fa, il 4 novembre del 1995, alle 21 e 30: due colpi a bruciapelo sparati alla schiena da una Beretta 84 F, mentre stava per salire in auto dopo aver concluso un lungo ed intenso discorso contro la violenza e per la pace, nella sterminata kikar Malchei Israel, la piazza più grande di Tel Aviv intitolata ai re di Israele (poi a Rabin). Ygal Amir, il killer, aveva venticinque anni. Era un militante della destra estremista. Non si è mai pentito del suo gesto. Anzi, per il 38 per cento degli ultra-ortodossi, è un eroe, secondo un’imbarazzante inchiesta del quotidiano Ha’aretz.

Ricorda! Come uccisero Rabin per sabotare la pace faticosamente negoziata con Yasser Arafat, premiata dal Nobel del 1994, assegnato anche al capo dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e a Shimon Peres, allora ministro degli Esteri e futuro presidente d’Israele: Oslo sanciva il riconoscimento da parte di Israele dell’Olp quale rappresentante del popolo palestinese; dal canto suo, l’Olp riconosceva Israele e il suo diritto di esistere. Per gli ortodossi e le destre il patto venne bollato come infame. Irricevibile: “L’ebreo che danneggia la Terra d’Israele merita la morte”, era stata la sentenza emessa dai nemici di Rabin, che si appellavano al Talmud. E fu così.

Ricorda! Come Rabin sia stato sistematicamente insultato per mesi e mesi, gridandogli “traditore”, lui che capo di Stato Maggiore dell’esercito fu con Moshe Dayan l’artefice della mirabolante vittoria nella ormai mitica guerra dei Sei Giorni, lui che impedì al rabbino Shlomo Goren, irresponsabile cappellano capo dell’esercito israeliano, di far saltare le moschee della Spianata di Gerusalemme: “E’ matto da legare”, dissero i capi militari di Tsahal che sventarono lo scempio e le disastrose conseguenze di tale scelleratezza.

Anni dopo Rabin avrebbe combattuto Arafat (lo considerava un terrorista), e tuttavia, si era reso conto di trovarsi in un tunnel senza uscita. Pensò che forse sarebbe stato meglio cambiar rotta, ed arrivare a patti con il capo dell’Olp. Andare oltre la trappola degli estremismi religiosi, un confronto tribale dominato da violenza, odio, rancore. Ne sapeva ben qualcosa: il premier laburista era nato a Gerusalemme nel 1922, e fu il primo “sabra” a guidare il governo. Nelle sue Memorie post prima Intifada (1980) aveva annotato: “I rischi della pace sono preferibili di gran lunga alle sinistre certezze che attendono ogni nazione in guerra”.

Ci voleva coraggio a scriverlo e soprattutto a trasformare questo pensiero in azione di governo, in un’Israele che si sentiva sempre assediata, unica democrazia del medio Oriente. Rabin pagò con la vita questa sua scelta, dettata dal pragmatismo di antico combattente: nel maggio del 1941 era stato tra i fondatori del Palmach (Plugot Mahas, le squadre d’assalto degli Yishuv, gli insediamenti ebraici nella Palestina britannica). I membri formarono a lungo la spina dorsale di Tsahal, le forze di Difesa israeliane. Quasi simbolicamente, i due proiettili che colpirono Rabin gli spezzarono la spina dorsale. Inutile fu la disperata corsa all’ospedale Ichilov.

Vent’anni fa, e sembrano assai di più. L’anniversario ebraico è già stato celebrato sabato 24 ottobre (il 12 Cheshvan, secondo mese dell’anno ebraico): ma in piazza,a commemorarlo, c’erano appena tremila persone. Ai funerali di Rabin, un milione di persone lo piansero e fu una colossale manifestazione di dolore popolare. Però, dopo, Israele votò Benjamin Netanyahu, il suo più grande nemico. Il leader del Likud, partito di estrema destra, aizzava le folle contro Rabin. Era il terminale di una combinazione di forze destabilizzatrici che ripudiava la politica della pace rabiniana. Fatto sta che oggi il conflitto coi palestinesi pare condizione permanente. Israele sembra arrivata ad un punto morto. Se ne parlerà durante l’anniversario civile - quello del nostro calendario - che cade mercoledì, giusto dopodomani. La sinistra invocherà le dimissioni di Netanyahu, lo accuserà di aver incoraggiato indirettamente l’odio fra i due popoli e di aver contribuito al clima di sospetto e di paura nei confronti dei palestinesi: “Il cammino che si è interrotto nel 1995 resta più che mai quello da seguire oggi”, dichiara Anat Ben Nun, portavoce dell’organizzazione “La Pace”, “le violenze di cui oggi siamo testimoni sono figlie delle decisioni prese dopo il ’95”. Il lutto dei pacifisti è interminabile. Efraim Sneh, ex ministro della Salute (1994-96) dice che l’assassinio di Rabin “ha decapitato lo Stato e la sinistra israeliana”.

Ricorda! Alla Biblioteca Nazionale di Gerusalemme in questi giorni c’è un’esposizione terribile e drammatica che mostra (e denuncia) quali e quanti incitamenti all’odio contro Rabin precedettero i due spari fatali. Lo si screditava con foto ritoccate: vestito da SS, con la kefiah, mentre si lava le mani sporche del sangue versato da Arafat. Strumenti di propaganda. Servirono a condire il brodo culturale che spinse Amir (e i suoi complici) a premere il grilletto. Quel clima che il regista Amos Gitai ha ricreato nel duro film Rabin: The Last Day, presentato al festival di Venezia lo scorso settembre. Gitai ricostruisce il prima e il dopo di quella maledetta sera in cui vennero ammazzati Rabin e la speranza della pace coi palestinesi. Fruga nella riluttante memoria di un Paese in balìa di una nuova spirale di sangue e terrore: la terza Intifada dei Coltelli, giacché invece di lanciare sassi stavolta molti giovani palestinesi usano lame affilate. Una generazione radicalizzata che non crede più alla resistenza pacifica e che ha conosciuto soltanto i fallimenti dei negoziati di pace con Israele. Contrapposta alla presa di potere dei coloni israeliani, impegnati nell’implacabile processo di riconquista della “Giudea-Samaria”. Sionismo messianico inquietante, puntellato da episodi di violenza e sopraffazione. La sua natura religiosa, le sue pretese geografiche e politiche sono corroborate da un incremento demografico che ha portato i coloni dai 20mila che erano nel 1977 ai 380mila che sono oggi stanziati in Cisgiordania. Il loro peso è stato determinante nelle elezioni del 17 marzo, consentendo al Likud di vincerle. L’anatomia di questo vile omicidio politico in realtà è una vera e propria inchiesta, in cui si miscelano abilmente finzione, materiale di repertorio e testimonianze. Come quella di Shimon Peres: “Se non fosse morto, forse oggi avremmo la pace”.

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