Ugo Tognazzi Un risotto con Tognazzi, supercazzole e malinconia Sul palco con Ugo, poco dopo la palma di Cannes. Il bilancio di un talento cocciuto: avanspettacolo e cinema d’autore

Storie Milano

“Buonasera, inutile che vi presenti chi mi sta accanto. È nato a Cremona, lo sapete tutti. La città del turoon, del Turas, dei tetas… e del Tugnas!”. Traduco: la città del torrone, del Torrazzo, delle tettone e di Tognazzi. La città di Mina. Di Cabrini, il calciatore.

L’accento cremonese azzardato è piuttosto avventuroso, l’imitazione della voce nasale (e padana) di Tognazzi, senza le sue straordinarie sfumature sardoniche. La battuta, è vecchia, ma collaudata: esiste da quando Tognazzi è diventato famoso. Brusìo in sala. E tuttavia, sarà per l’astuta faccia tiraschiaffi di Ugo Tognazzi che ha sfoggiato un’espressione di contenuta cattiveria, ma anche di tollerante sopportazione; sarà perché ha sollevato il sopracciglio destro e incrociato gli occhi come in certi esilaranti sketch di Un, due, tre – ah la volatile meravigliosa televisione di mezzo secolo fa…; sarà soprattutto perché ispira simpatia appena lo guardi, ma il brusìo si trasforma velocemente in risata.

È un lunedì d’inverno, il 14 dicembre del 1981. Il Club Turati ha organizzato un ciclo serale di incontri dedicati allo “spettacolo e professionalità”. A Tognazzi tocca raccontare “il mestiere d’attore”. A me, di intervistarlo. Sette mesi prima è stato premiato con la Palma d’Oro del festival di Cannes quale migliore attore, per la parte di Primo Spaggiari, industriale caseario della Bassa Padana, protagonista del film di Bernardo Bertolucci La tragedia di un uomo ridicolo.

Sono i cupi anni di piombo. Pertini è presidente: vigila sulla nostra traballante democrazia. In Vaticano c’è papa Wojtyla. Da pochi giorni il generale polacco Jaruzelski ha instaurato un regime militare, appoggiato da Mosca. In tv Enrico Berlinguer, a Tribuna Politica, sancisce lo strappo con l’Unione Sovietica. Il premio di Cannes è la consacrazione internazionale di un piccolo attore d’avanspettacolo dell’immediato dopoguerra diventato grande dopo una lunga, tenace carriera cominciata dal nulla e proseguita con formidabile volontà, inquadratura dopo inquadratura, ruolo dopo ruolo, allargando ogni giorno i confini del suo talento e del suo virtuosismo, “con la sua beffarda laboriosità da formichina comica”, scrisse Claudio G. Fava.

“Buonasera, signore e signori”, rompe gli indugi Tognazzi, “stasera non aspettatevi cose da ridere. Semmai, cose da piangere. Perché parlerò del mio mestiere. Il mestiere d’attore. C’è voluta tutta una vita. Fin da ragazzo sognavo di fare l’attore. Ho cominciato nel teatro del Dopolavoro Ferroviario. Avevo quattordici anni quando ho cominciato a lavorare, al salumificio Negroni. Nel 1940 finisco in divisa. Ma non al fronte. Mi mandano al comando superiore della marina a La Spezia, in ufficio, a fare il contabile. Dopo l’8 settembre mi ripigliano al salumificio Negroni. Ma mi vogliono nelle caserme della Repubblica Sociale a fare avanspettacolo: imito Totò, Dapporto, racconto barzellette. I soldati ridevano a crepapelle. Un giorno, il capufficio, stufo delle mie assenze, mi rimprovera. Io gli canticchio: ‘La sua bocca è tanto bella/salamino e mortadella/il suo sguardo par divino/mortadella e salamino’. Ridiamo a crepapelle. Il capo mi dice: ‘Caro Tognazzi, la licenzio’. Fu la mia fortuna”.

Nella sala del Club Turati, la prima fila è occupata da uno stuolo di belle donne. Scoccano sguardi assassini. Sembra un plotone d’esecuzione. Lui sorride, con quel sussiego da nobile spiantato che esibiva l’ineffabile conte Lello Mascetti di Amici miei, e tutti sanno che potrebbe scapparci – dal vivo – una supercazzola indimenticabile, magari aggiornata. “L’avanspettacolo e il varietà sono stati scuola di recitazione e di vita. Di vite: quelle rubate agli altri. Dovevi importi non solo con la tua presenza… di spirito, ma anche con il tuo corpo: il modo di camminare, la mimica. Nelle secche dell’avanspettacolo erano tournée povere, massacranti. Una volta raggiunsi la Puglia su un treno merci, in un carro bestiame… Il successo arriva grazie alla tv: Un, due, tre, con Raimondo Vianello. Ironizziamo sull’Italia del miracolo economico. Quando alludiamo alla caduta dalla sedia del presidente Gronchi, ci licenziano. Però siamo ormai famosi. Giro film su film. Sono sfruttato, non valorizzato: risate facili, macchiettismo. Smaschero la mediocrità della gente, ma i produttori si accontentano delle parodie. Piacevo al pubblico, non ai critici. Poi, nel 1961, mi affidano la parte un ottuso graduato fascista, Primo Arcovazzi: deve portare a Roma un filosofo antifascista. Il Federale fu lo scatto in avanti. Buca con acqua. Buca con fango. Buca con ruolo drammatico. Il mio primo ruolo a tutto tondo, dissero gli stessi critici che mi avevano snobbato”.

Ora le maliarde si arrendono. Ascoltano: “Ho capito che dovevo asciugare certi miei eccessivi modi di recitare, troppo da rivista. E non dovevo avere complessi d’inferiorità, nei confronti di chi veniva dal teatro serio e non dalla ribalta dell’avanspettacolo”. Tognazzi dava corpo e voce all’istinto di sopravvivenza di una società arcaica e contadina, urbanizzata e industrializzata troppo in fretta. Nel suo spiccio modo d’incedere e nei suoi sguardi ci leggevi subito cinismo. Astuzia. Meschinità. Sapeva essere piccolo borghese. Ma anche sensuale, istintivo, talvolta volgare: il lato b, quello dell’anima contadina.

Verso mezzanotte, lasciamo il Club Turati con Franca Grandi che aveva organizzato l’incontro. Un crepuscolare Tognazzi ci invita a casa sua, in zona Fiera, dalle parti di via Domenichino. Nessuna accompagnatrice: ma come, un donnaiolo come lui? “Ogni tanto si deve restare soli”. Eccoci a casa della “seconda” mamma, che fu molto vicina al padre, vedovo troppo presto: “Le voglio molto bene”.

Tognazzi prepara un risotto allo champagne. Ci annuncia che reciterà a Parigi: Molière, il suo sogno, in francese davanti ai francesi. Dice che è appena tornato dal centro di talassoterapia Bobet, in Normandia. Che è stanco delle feste: “La vita è come la cucina: è sempre meglio dover rinunciare a qualcosa, ed evitare di esagerare col burro, o con la crema”.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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