La guerra di Corea Quando la guerra americana diede il via alla dinastia Kim

L’America di Trump

La portaerei Carl Vinson e la sua squadra procede, ma non a tutta forza (e questo potrebbe essere un indizio sulle intenzioni di Washington: intimorire ma non colpire, almeno non subito), verso le coste della penisola coreana, presumibilmente nella stessa aerea del Mar del Giappone in cui poche settimane fa si sono svolte le manovre navali congiunte “Foal Eagle” con squadre di Tokyo e di Seul (documentate sul sito della USS Carl Vinson con un sacco di foto). Il bollettino quotidiano di navigazione è illustrato dalla portavoce della nave ammiraglia, sul sito ufficiale della marina americana: non si è parlato, almeno ieri, di attacco. Però il messaggio è chiaro per il dittatore di Pyongyang: siamo pronti. Stai in guardia. Al minimo accenno di reazione, noi non esiteremo.

Tutto, comunque, è legato alle imprevedibili bizze di Trump e alla grande paura del suo avversario, il dittatore Kim Jong-un: entrambi, a parole hanno già scatenato (quasi) la guerra. Più tracotante, Donald. Più guardingo, Kim. Prove di forza. Show? Bluff Usa? La pantomima è tuttavia assai rischiosa: perché intanto si sta preparando ad entrare in scena la Cina. Succedesse, si riaprirebbero vecchi scenari, antiche ferite: la guerra di Corea (che durò dal 25 giugno 1950 sino all’armistizio del 27 luglio 1953, non fu mai concluso da un trattato di pace. Il confine del 38esimo parallelo è un innesco sempre pronto a riaccendere il conflitto.

Fino a che punto le minacce resteranno gridate e non saranno seguite dai missili? Ieri, infatti, il presidente degli Stati Uniti è stato, nel suo ruvido stile twittesco(@realDonaldTrump), piuttosto sbrigativo, quasi giocasse una partita di Risiko e non invece una complessa e pericolosa operazione militare : “North Korea is looking for trouble. If China decides to help, that would be great. If not, we will solve the problem without them! U.S.A.”. Cioé. La Corea del Nord cerca guai. Se la Cina decide di aiutare sarebbe grande. Se no, risolveremo il problema senza di loro!”. Prima Trump aveva scritto: “Ho spiegato al presidente cinese Xi che un accordo commerciale con gli Stati Uniti sarà di gran lunga migliore per loro se risolveranno il problema della Corea del Nord”. Diplomazia zero. Anche in questo caso, un aut aut che certo Pechino non avrà gradito. Del resto, la Cina non è che abbia approvato il raid Usa contro la base di Assad, anzi. In secondo luogo, i cinesi hanno ricordato alla Casa Bianca che stanno cercando di frenare il loro alleato, riducendo per esempio le importazioni di carbone e quindi facendogli diminuire un importante flusso di denaro.

Bisogna dire che Trump aveva replicato al tono roboante di Kim, il quale ha minacciato di ricorrere a tutto il suo arsenale, compreso quello atomico - la bomba nucleare è “così giustificata” aveva detto il dittatore coreano, riferendosi al raid in Siria - per difendersi dall’eventuale attacco americano: “I movimenti d’invasione statunitensi sono giunti ad un livello pericoloso”, aveva dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri lunedì 10 aprile. Ieri, Pyongyang ha preannunciato “catastrofiche conseguenze”, definendo “oltraggiosa” la decisione Usa di dispiegare la squadra navale al largo della penisola coreana. Ciò dimostra come “le sconsiderate azioni Usa per invadere la Repubblica Popolare Democratica di Corea abbiano raggiunto una fase seria”. Così, “per rispondere alle provocazioni, prenderemo le contromisure più severe, in modo tale da poterci difendere con una potente forza d’armi”. L’escalation dove porterà?

Qualcuno ipotizza che il regime di Kim sia agli sgoccioli. Ma non ci sono elementi tali da affermarlo. Seul ha intanto deciso di installare lo scudo antimissile Thaad (Terminal-High-Alttitude Area Defense system) per far fronte alla minaccia di Pyongyang e questo è un ulteriore elemento di tensione tra i due Paesi. Il Giappone si è impegnato in una delicata mediazione con la Cina perché Pechino possa e debba svolgere un ruolo di primo piano nel disinnescare la crisi, come è stato detto durante la riunione preliminare dei ministri degli Esteri del G7 a Lucca, riportate in un comunicato nel quale si sottolinea come “fonti nipponiche” abbiano fatto un esplicito richiamo alla non proliferazione atomica: un “mondo senza armi nucleari”, hanno premesso, sarebbe lo scopo che il G7 si prefigge e “il Giappone ha chiesto al G7 di continuare il suo sforzo” per raggiungere “il disarmo internazionale tenendo nel dovuto conto la sicurezza e la stabilità” generali, specialmente per quella che nel comunicato viene definita l'area indopacifica. Per Tokyo, e per l’alleato Trump, comprende la vastissima zona che va dall'India al Mar Cinese Meridionale sino al Pacifico settentrionale. Dove gli Stati Uniti vorrebbero esercitare la supremazia.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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