Le bombe americane spaccano in due la Libia Raid in grande stile contro l’Isis, ma pare più un avvertimento alla Russia alleata del rivale del governo di Tripoli

L’America di Trump Tripoli

TRIPOLI. L’ultimo dispetto a Trump l’ormai ex presidente Obama lo consuma mercoledì 18 gennaio, autorizzando personalmente un devastante raid aereo notturno contro l’Isis in Libia. Attacco in grande stile, con bombardieri B-2 Stealth e droni che colpiscono e annientano due campi di addestramento a 45 chilometri da Sirte, in direzione nord-ovest, causando la morte di ottanta miliziani, pronti, secondo il Pentagono, a colpire l’Europa, “di sicuro individui che stavano tramando per compiere operazioni terroristiche”, alcuni, addirittura, “collegati ad azioni già avvenute”, ha dichiarato Ashton Carter, il segretario della Difesa. Poiché “rappresentavano una minaccia alla sicurezza della Libia, della regione e degli interessi nazionali degli Stati Uniti”, è stato necessario intervenire per impedirgli di agire, ha spiegato Peter Cook, il portavoce del Pentagono.

Sottinteso: siamo intervenuti in extremis, perché forse con la nuova amministrazione della Casa Bianca un raid del genere non l’avremmo fatto...La provocazione di Obama è sottile, anche se ineccepibile formalmente. Infatti il ministero della Difesa Usa specifica che le azioni sono state coordinate “in collaborazione con il governo di Unità nazionale di Tripoli”, un intervento mirato in quanto la situazione sul terreno lo richiedeva. Sul filo del rasoio: a poche ore da mandato scaduto. Proprio un mese fa era stata annunciata la fine delle operazioni militari Usa in Libia...come mai questo ripensamento? C’entra per caso l’arrivo in pompa magna della flotta russa del Mar Nero che si è spostata dalla base siriana di Tartus fino alle coste libiche? Pochi giorni fa, c’è stata anche la spettacolare e reclamizzata firma della collaborazione militare tra i russi e il generale Khalifa Haftar portato in elicottero sulla tolda della nave ammiraglia, la portaerei Kuznetsov. L’uomo forte di Tobruk è soprattutto l’agguerrito rivale del premier Fayez al-Sarraj, capo del governo di unità nazionale riconosciuto dall’Onu, ma contestato da Haftar.

I russi hanno promesso forniture militari a go-go, in cambio vogliono una base navale in Cirenaica, come peraltro avevano già ai tempi di Gheddafi. Mosca cerca di occupare gli spazi che Trump considera meno prioritari del Pacifico e della Cina. Obama teme invece l’escalation russa e il ridimensionamento della Nato. In questo vuoto geostrategico, il puzzle del Cremlino poco a poco si delinea: dopo l’intervento in Siria, Putin ha varato una politica diplomatica aggressiva, prima alleandosi con Ankara; poi ribadendo l’amicizia strategica con Netanyahu (in Israele la minoranza di origine russa è la più importante e tradizionalmente schierata a destra, cioè dalla parte del premier). Infine, Mosca ha rinnovato e rafforzato i rapporti, sino a poco tempo piuttosto tiepidi, con la dirigenza egiziana. Ed ecco il patto con Bengasi. Quasi in risposta al raid Usa, c’è da registrare una violenta offensiva delle forze di Haftar contro le residue roccaforti jihadiste a Bengasi, combattimenti appoggiati dall’aviazione. Mentre al-Sarraj ha rinunciato al palcoscenico di Davos per gestire la crisi elettrica che ha lasciato mezza Libia al buio. Ma anche per contrastare il ritorno dei signori della guerra, in una Libia ormai a pezzi, smembrata tra Tripolitania, Cirenaica e Fezzan e i loro “padrini”: Francia, Gran Bretagna, Russia, Italia, Egitto, Emirati Arabi Uniti. Resteranno in questo gioco delle parti gli Stati Uniti trumpiani?

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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