Martin il filosofo e la sua bici: “Una protesi per la mente”

Tour de France 2017

Al Tour de France sprintano i velocisti, vanno in fuga i passisti, ci sono i finisseur a caccia di traguardi e gli scalatori che seminano il gruppo appena la strada s’impenna al cielo. Poi, c’è l’esordiente normanno Guillaume Martin, 24 anni appena compiuti, pettorale 201. L’avatar del ciclista “nietzschiano”. Un filosofo nel gruppo. Un ciclista intellettuale che ingloba tutti gli altri e li sorpassa, ha scritto Pierre Carrey di Libération, il suo mentore. Nel curriculum di Guillaume, infatti, non ci sono (sinora) risultati prestigiosi in bicicletta. Però svetta un Master in filosofia, conseguito alla prestigiosa università di Parigi-Nanterre. Con una tesi di 183 pagine sul filosofo tedesco (che peraltro morì nel 1900, tre anni prima della nascita del Tour): “Lo sport moderno: un’applicazione della filosofia nietzschiana?”. Nel senso ambiguo del Superuomo. del superamento di sé stessi. Insomma, Martin pedala sulle irte rampe della cultura, altro che Gigio Donnarumma, disertore della maturità, barattata con una banale vacanza ad Ibiza...

Guillaume pesa appena 55 chili, dunque l’ideale per andar forte in salita: sinora è stato coi migliori, lui, che tiene Nietzsche nel manubrio e Platone in saccoccia. Studia e corre: il ciclismo è tra gli sport più duri ed esigenti. Come lo è la filosofia per la mente. Pedalare stanca. Le gambe. Non la mente. Anzi. Lo scorso ottobre Martin ha pure scritto una commedia, Platon vs Platoche, cioè Platone contro Platoche, alias Michel Platini, concepita per essere “istruttiva e buffa”. Andrà in scena nell’aprile del 2018, al Théatre de la Bodérie, in Bassa Normandia, diretto da sua madre che è attrice e regista. Tra i personaggi, un Socrate in veste mediatica Ventunesimo secolo, un Diogene che salta fuori dalla sua botte per psicanalizzare selvaggiamente Platone, il protagonista, “impietrito nelle sue frustrazioni”. L’intrigo, spiega Martin, si basa su una storia vera, e si “vedrà come Platone si accomoda male nella sua posizione di intellettuale solitario, appollaiato sulle sue nuvole. Come lascia trasparire da certi suoi scritti, avrebbe voluto essere un grande artista o un dirigente politico. O, perché no?, uno sportivo”.

E‘ un ragazzo dotato di humour, preciso, attento, curioso e pulito, ma senza nevrosi igienista: così lo descrivono i compagni di squadra della Wanty-Groupe Gobert, formazione belga di secondo rango: tutti esordienti, nulla in confronto alla corazzata Sky, il Real Madrid del ciclismo. Non gli va, comunque, l’etichetta di corridore “nietzschiano”. Non vuol essere innalzato su una “categoria-piedistallo”, quasi a distinguerlo dagli altri. Nel gruppo, una ventina d’anni fa si distinse il basco Pedro Horrillo, corridore pure lui laureato in filosofia. Non scherziamo: “Io, nietzschiano? Non è contro-nietzschiano dirsi nietzschiano?”, e qui ci si perde negli anfratti della logica e dell’illogica.

In sella, per ora, se la cava. Nonostante la scoppola buscata alla cronometro di Dusseldorf che ha inaugurato il Tour 2017, 167esimo, a un minuto e 42 da Geraint Thomas. Nella seconda tappa si è piazzato 25esimo, nella terza 16esimo, davanti a Fabio Aru. Il giorno dopo è arrivato col gruppo. Nella prima vera salita, quella della Planche des Belles Filles in cui ha trionfato Aru, si è piazzato 19esimo, ed ora è 26esimo in classifica generale, quinto in quella dei giovani. La bicicletta, sostiene, è anche un attrezzo filosofico. “Una protesi della mente” per Walter Bernardi, professore dell’università di Siena.

Chiedergli cosa c’entra Nietzsche con lo sport è un invito a nozze: “I suoi concetti o miti trovano risonanza nello sport: la trasmutazione, anche se preferisco dire transvalutazione, il sovrumano, la volontà di potenza, l’eterno ritorno...”. Il pensiero di Nietzsche, per Guillaume, propone una nuova relazione tra il corpo e lo sport, opposta a quella ereditata dalla cultura giudaica-cristiana, “ipocrita”, giacché “antepone l’etica dell’universalismo, quando invece lo sport sottintende l’affermazione del particolare”. In fondo, la filosofia di Nietzsche permette di “pensare lo sport in maniera più autentica di quanto non lo permetta la morale che lo governa ai nostri giorni. Col mito nietzschiano possiamo ritrovare i valori fondamentali dello sport: piacere del confronto, desiderio dell’affermazione di sé...oggi travestiti da un’ideologia del fair-play”. Di qui, ne discende il rifiuto del doping, l’uso cioè di prodotti di sintesi che hanno lo scopo di distruggere i limiti naturali del corpo umano, come scrive Martin nella sua tesi, elogiata dal rettore Jean-François Balaudé: “Esistono pochi lavori universitari che hanno quest’ampiezza nel trattare la filosofia dello sport”. In bici, orsù, con l’orgoglio di “continuare a volare con la mia follìa!”. Così parlò Zarathustra.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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