Il mostro-Galibier non perdona Aru abbandona il sogno giallo Nella tappa di montagna, l’italiano perde altri secondi: è mancato ancora il sostegno della squadra. Ora è quarto in classifica. Vince Roglic. Froome sempre leader

Tour de France 2017

Alle 16 e 54, sulla mitica infinita salita del Col du Galibier, il povero Fabio Aru paga pegno. Abbandona i sogni di gloria. Si arrende. Ha sempre corso da solo, unico dei migliori a non avere al suo fianco nei momenti che contano almeno un compagno. L’Astana ha risparmiato sui corridori. L’ha abbandonato al suo destino. Se è intelligente – e lo è – Aru dovrà fare una cosa, appena quest’esperienza finirà: cambiare formazione.

Dunque, alle 16 e 54 di mercoledì 19 luglio, giorno di santa Giusta, che per Aru è stata invece assai ingiusta, il francese Romain Bardet scatta cattivo per la terza volta. Ha visto in difficoltà Aru che in classifica lo precede di cinque piccolissimi secondi. Vuole farlo fuori. Guadagna dieci, venti metri. Chris Froome, la maglia gialla, è il più lesto a contrastarlo, seguito da Rigoberto Uran e da Dan Martin, che era stato il primo a cominciare gli attacchi. Per tre volte Fabio è riuscito ad agganciare le ruote dei migliori. Per tre volte ha sperato che fosse l’ultima. Ma il ciclismo non è sport di pietà. Froome e Bardet s’involano, con il sornione Uran. Aru non è Pantani. Non è Coppi. Non è Bartali.

Proprio sulla strada che porta al Galibier e che sale al cielo sino a quota 2642, nel Tour del 1952 Fausto e Gino si scambiarono la celebre borraccia d’acqua, un gesto rimasto leggenda. La foto che immortala i due fierissimi avversari è diventata il poster di un mondo in bianco e nero che non c’è più. L’ammirevole Bartali pedalava ormai sul viale triste del tramonto, il capitano della nazionale italiana Coppi, dopato dall’amore della Dama Bianca, si avviava a conquistare il suo secondo Tour e a bissare l’accoppiata col Giro d’Italia: l’immagine non chiarisce chi sia stato il primo a scambiare la bottiglietta. Si vede Coppi che allunga il braccio destro a Bartali che lo segue a ruota. Due Italie, quella pia di Gino e quella laica di Fausto, si ritrovano unite, fanno squadra. Poco dopo, Coppi sferra l’attacco. Quel giorno Fausto chiuse il conto col Tour.

Anche Aru, probabilmente, ha chiuso il conto con le speranze di vincerlo. Pensava di umiliare le Alpi. Ma lui non è robot indistruttibile. In troppe occasioni è stato costretto a difendersi con le unghie e coi denti senza il supporto dell’Astana. Mentre i rivali scappano via, il nostro Aru con rabbia e con orgoglio feroce limita i danni. Resiste. Una resilienza incredibile. Nessuno lo aiuta nella disperata rincorsa. Incurva la schiena, si danna sui pedali, capisce che non deve mollare i pappafichi.

In testa c’è uno sloveno. Nel nome il destino: si chiama Roglic, battezzato Primoz, cioè Primo… È stato un campioncino del salto con gli sci dal trampolino, ha scoperto le due ruote ed è il primo a passare sotto lo striscione del Galibier, quasi inghiottito da una folla delirante. Da lì al traguardo di Serre Chevalier mancano 28 chilometri di una discesa a tomba aperta. Lo insegue il colombiano Darwin Atapuma, ma è spossato: verrà ripreso da Froome e compagnia. L’indomito bretone Warren Barguil (25 anni) è il terzo a valicare il Galibier: indossa con merito la maglia a pois di miglior scalatore. Bardet e Froome si scatenano in discesa. Sfidano cigli a piombo di una picchiata a valle senza respiro. Pestano sui pedali col furore del plotone d’esecuzione. Ma il condannato Aru non molla. Sul Galibier perde una ventina di secondi. Il sudafricano Louis Meintjes del team Emirates lo segue come un’ombra. È un succhiaruote capace di galleggiare nella top ten di questo Tour (ottavo), ma anche uno che non ti dà mai un cambio. Davanti, vanno come siluri. Il sardo raggiunge Alberto Contador – autore di una fuga di cento chilometri – Martin e altri quattro. Pure loro sono allo stremo.

All’arrivo, Roglic trionfa, primo sloveno a vincere una tappa del Tour. Rigoberto Uran fa sua la volatina degli inseguitori eccellenti, a un minuto e 13 secondi, davanti a Froome. Dannarsi per l’abbuono significa che si ha paura: legittimo in una classifica talmente ristretta, i primi tre in 27 secondi, mai successo prima. E poi, oggi, si arriva in cima all’Izoard. È lì che si decide il Tour. Aru accusa all’arrivo 31 secondi, scivola al quarto posto in classifica, a 53” da Froome. Uran è secondo, Bardet terzo, entrambi a 27” dalla maglia gialla.

Il presidente Emmanuel Macron era al traguardo: sperava nel successo annunciato di Bardet. Ha parlato a lungo con Barguil, l’eroe del 14 luglio, il vincitore per distacco della tappa di Foix. Il Tour è parte dell’identità nazionale. Ogni anno, il capo dello Stato onora la corsa che onora la Francia. Non sempre la legge dello sport deve essere a ogni costo quella del risultato: l’ultimo francese a vincere un Tour è stato Bernard Hinault, bretone come Barguil. Fu nel 1985. Perché, e Fabio Aru l’ha capito sulla sua pelle, il Tour de France è Tour de souffrance. Tour di sofferenza.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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