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Tour de France 1990 BORDEAUX

BORDEAUX Diciottesima tappa, da Pau a Bordeaux, 202 chilometri piatti e ferocemente caldi. Il termometro segna trentacinque gradi all' ombra: i velocisti sono attesi al previsto, scontato volatone finale. Da sempre Bordeaux è il loro territorio di caccia. Dal 1903, l' anno del primo Tour. Il ritmo non è dei più elevati: il sole incolla l' asfalto ai tubolari, l' aria ribolle. E tuttavia, in uno dei tanti valloni che s' incontrano nell' avvicinarsi all' estuario della Garonna, il gruppo supera gli 86 chilometri l' ora. Quando si avvista Bordeaux la bagarre ha già spezzato in due il gruppo, e davanti ci sono tutti i migliori, diciannove Grandi Firme coi loro gregari. Manca solo lo spagnolo Pedro Delgado, attardato di venti secondi. Il solito Miguel Indurain, che vuole onorare i 500 milioni di lire targati Banco Espanol de Credito avendo firmato un contratto quale scudiero fedele di Perico, si affanna a riportare il capitano nel gruppo dei primi. Claudio Chiappucci, davanti, si è incollato alla ruota di Greg Lemond. Non lo molla un istante. Gran Tallonatore, la maglia gialla sembra un segugio in bicicletta. Alle spalle, lo marca stretto un uomo dell' americano, il norvegese Atle Kvalsvoll. Pan per focaccia. La corsa s' è accesa. I primi accelerano il ritmo. Si viaggia a cinquanta all' ora. Battaglia: sprizzano scintille, mentre gomito a gomito i corridori moltiplicano i tentativi di fuga. Le squadre lottano duro: finora il bottino per molte di esse è stato magro, e per i velocisti magrissimo, battuti spesso e volentieri sul loro terreno preferito, le tappe veloci e quasi piatte. L' italiana Ariostea vorrebbe portar in cima al plotone di testa il ventottenne Adriano Baffi, figlio d' arte. Suo padre Pierino al Tour colse cinque vittorie, la più leggendaria nel 1957 proprio a Bordeaux, partendo anche lui da Pau: 145 chilometri da solo, ventun minuti e 48 prima del gruppo. Ma ancora una volta, questo Tour 1990 sta sconvolgendo le regole del gioco. Si è portato infatti alla testa dei primi Gianni Bugno. Seguito dal giovane Roberto Gusmeroli, un comagno di squadra al secondo anno di professionista. Bugno innesta il 53x12 e si ritrova subito avanti a tutti d' una dozzina di metri. Solo l' olandese Eric Breukink riesce ad agganciarlo. Gli altri restano sui pedali. Mancano otto chilometri all' arrivo. Forse pensano d' aver tutto il tempo per riprendere i tre. Bugno e Breukink spingono a fondo: il vantaggio sale a 22, poi a 33, poi a quaranta secondi. E' fatta. Non c' è conflitto d' interessi fra Bugno e Breukink: all' italiano interessa la vittoria di tappa. L' olandese vuole prendere secondi a Delgado e sorpassarlo in classifica. Dietro, il gruppo di Delgado si è ricongiunto a quello della maglia gialla. I velocisti s' infuriano, attaccano a loro volta, ma troppo tardi. Sul rettilineo del corso Jules Ladoumegue, al laghetto del Parco delle Esposizioni, la scena è questa: Gianni Bugno che scatta e rimane solo a tagliar per primo il traguardo. Eric Breukink che si accontenta del secondo posto, Gusmeroli che ha smesso praticamente di pedalare, il gruppone che pare una nuvola scura all' orizzonte e trapassa diciannove secondi dopo Bugno la linea dell' arrivo. Vince la volata Fidanza, davanti a Baffi. Quattro italiani nei primi cinque, un primato che sa d' antico. E quattro sono finora le vittorie italiane in questa edizione: quanto nel ' 75, ma allora Moser vinse un prologo; bisogna risalire al 1970 per ritrovarne tante (cinque, per l' esattezza), ed erano i tempi di Eddy Merckx e Marino Basso. Il Tour, dunque, continua ad essere la migliore delle vetrine per il ritrovato ciclismo italiano: la cruciale e fatidica tappa a cronometro di domani ne sarà, quale che sia il risultato, il gran palcoscenico. Perché, come dice Jacques Goddet, il patron del Tour: Chiappucci ha permesso a Lemond di essere grande e al Tour di essere bello.

Fonte: La Repubblica

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