BUGNO SULLA STRADA DI COPPI

Tour de France 1990

ALPE D' HUEZ Gianni Bugno è felice. A modo suo: un sorriso stiracchiato, l' espressione un poco imbronciata, lo sguardo del perfezionista incontentabile. Però ha appena vinto la gran tappa del Tour 1990, tre montagne mozzafiato scalate a trentadue chilometri l' ora, un profilo altimetrico che esalta i campioni. Ha vinto sotto il traguardo più severo: arrivo in salita a concludere l' asfissiante ascensione che dai settecento metri di Bourg d' Oisans s' innalza sino a quota 1860 dell' Alpe d' Huez: il popolo del ciclismo ama l' epopea. La folla stringe d' assedio chi guida l' assalto alla montagna. Ieri erano in duecentomila. Lo so: la strada che porta all' Alpe d' Huez ha fatto la storia del ciclismo, dice Bugno, ma io alla storia del passato preferisco la cronaca d' ogni giorno. Un vezzo, quello di Bugno. Il ciclismo di montagna è storia di sofferenze, ed è anche spettacolo indimenticabile: come quando, la prima volta quassù, s' involò Fausto Coppi, un Coppi bellissimo ed imprendibile, e dietro il Campionissimo, l' ultimo ad arrendersi fu il bretone Jean Robic, il cui volto, raccontano i testimoni, si torse in maschera orribile. Era il 4 luglio 1952, Coppi fu l' unico vincitore dell' Alpe d' Huez a cui riuscì di conquistare il Tour lo stesso anno. Hinault batté Lemond nell' 86, ma a Parigi in maglia gialla ci arrivò il californiano. Forse è per questo strano destino che il nostro Gianni è un poco incupito. Lui scrolla le spalle: In fin dei conti, è anche pur vero che nessun italiano, dopo nonno Coppi, ha mai vinto qui.... Dice proprio così: nonno Coppi. Del resto, chiama Bernard Hinault lo zio. Non c' è che dire: una bella famiglia. Coppi arrivò solo quel pomeriggio del 4 luglio ' 52, e la concorrenza sfilò sotto lo striscione del traguardo parecchio tempo dopo. Bugno, trentotto anni e sette giorni dopo, si è limitato a regolare in volata due avversari, gli ultimi che avevano da spendere nello scatto residue energie. Ma che spettacolo! Greg Lemond attacca prima della curva, stringe Bugno alle transenne di destra, una scorrettezza involontaria, senza cattiveria: colpa della velocità. Bugno resta indietro due, tre, quattro metri. Poi rimonta imperiosamente, la sua bici Moser sembra scossa da un fremito interno, schizza in avanti, Lemond, disperato, si accorge del sorpasso, quel dannato italiano lo ha beffato, si è infilato tra lui e le transenne, mancano cinquanta metri, Lemond si abbassa, strappazza i pedali, inutilmente, d' un soffio, ma quel che basta, è inesorabilmente secondo. Quella di Bugno è stata una volata principesca, e tuttavia molto azzardata: già, perché lui stesso confessa: Ho usato il rapporto lungo. Una marcia lenta in abbrivio, poderosa quando si è lanciati. C' era la curva: e c' era pure in agguato l' olandese Eric Breukink, un ragazzo di famiglia molto ricca, capace di notevoli risultati, voglioso di iscrivere il proprio nome nell' albo d' oro dell' Alpe d' Huez, feudo quasi incontrastato dei ciclisti olandesi che vi hanno vinto ben otto volte. Breukink era alla frutta, e Bugno, il più fresco dei tre, invece fin troppo carico di forza. Ha rischiato di brutto - commenta il belga Lucien Van Impe, vincitore di un Tour e scalatore di razza. Bugno quasi si indispettisce, dinanzi alle critiche: Non sono uno scattista. Sono uno che va in progressione: l' unico modo di vincere, perché ormai pensavo solo di vincere e non badavo più alla classifica generale, era di partire lungo. Un tale rapporto significa nove metri ogni colpo di pedale. Ho vinto. Ho avuto quindi ragione. Lineare: i campioni di ciclismo sono come gli artisti. Un po' folli: non è una follìa pedalare intorno al mondo tutta una vita? A me piace: mi sono innamorato del ciclismo vedendo sfilare il Giro d' Italia sotto casa mia. Mi piaceva la maglia rosa. Era il mio sogno. Un sogno anche questa vittoria così prestigiosa? Non so: l' Alpe d' Huez è il gran teatro del Tour. Il Tour è l' università del ciclismo: l' ho già detto prima che iniziasse, sono venuto per imparare. E' la terza volta che corro il Tour. Non basta mai. Mi ero arrabbiato per quei venti secondi persi così stupidamente ieri, prima d' arrivare a Saint-Gervais, e sentivo di non avere la condizione fisica del Giro d' Italia. Aspettavo come tutti l' attacco dello spagnolo Pedro Delgado, uno che ho sempre ammirato, un grande autentico campione che in montagna non corre, vola. La tappa è andata come ci aspettavamo: con i gregari di Delgado a far la corsa, con quell' incredibile Thierry Claveyrolat a scappar subito, al Colle della Maddalena, a resistere davanti a tutti sul Col du Glandon. Il film della tappa raccontato da Bugno è preciso: fuga dello stoico Claveyrolat, che ha vinto martedì, fin sotto l' Alpe d' Huez, Miguel Indurain scudiero di Delgado a far da lepre per il suo capitano, scatto imperioso in discesa di Delgado, subito affiancato da Bugno che lo tallonava e dall' americano Lemond. Il trio dei favoriti si giocava, apparentemente, una fetta di Tour. Bugno tira la corsa, il trio raggiunge e arruola Indurain, intruppa l' altro spagnolo Eduardo Chozas della Once, la squadra dello spento Marino Lejarreta, infine raggiunge Claveyrolat. Ma dietro, il gruppo non ci sta alla dittatura dei tre: la maglia gialla Ronan Pensec aiutato dal britannico Robert Millar, scatena la caccia: il vantaggio di Bugno, Delgado, Lemond che aveva sfiorato i tre minuti, diminuisce progressivamente. In cima, i sei si sfilacciano: Claveyrolat viene staccato, recupera prodigiosamente con un ultimo leggendario scatto che anima la folla di casa, dal gruppetto inseguitore di Pensec si stacca in avanti Breukink, scivola all' ingiù purtroppo Claudio Chiappucci, che stringe i denti e con tenacia impagabile limita i danni. Delgado, nell' ultimo chilometro, accusa quaranta secondi di ritardo. Chiappucci perde, rispetto a Pensec, 38 secondi e resta saldamente secondo in classifica.

Fonte: La Repubblica

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