E LA CAROVANA GRIDO’ ’FINALMENTE DAKAR’

Thierry Sabine DAKAR

DAKAR - Ragazzi, finalmente Dakar. Ci siamo arrivati. Sani e salvi. La corsa, questo ormai lo sanno tutti, è morta con Thierry Sabine. Lo pensano persino i francesi, che ai loro miti non rinuncerebbero mai. E il rally Parigi-Dakar è uno di quelli. Attraversando deserti e sahel, sia pure veloci come abbiamo fatto in questi ventidue giorni, non ci siamo però accorti di tutti gli aiuti economici che avrebbero dovuto rovesciarsi su queste lande. Anzi. I residenti stranieri che abbiamo incontrato, cooperatori, medici, missionari hanno cantato tutti la stessa canzone: "I soldi? Qui non li vediamo mai". Il rally solleva più polvere e così ci si nasconde dietro gli slogan, "amare l' Africa", già, Parigi-Dakar "pari du coeur", la scommessa del cuore, settanta pompe d' acqua trasportate dagli organizzatori della corsa e coscienza a posto. Ogni ora di corsa, quaranta litri di benzina per auto. Con i soldi per fare il pieno nel deserto, lì ci vivono un mese. vero, ci si rende conto dell' assurdità di questa corsa soltanto quando ci si allontana da essa, al riparo di un comodo albergo, aria condizionata tv telefono, l' Africa reietta ben lontana. Eppure, nonostante tutto, la corsa rimane un' invenzione bellissima. Siamo arrivati a Dakar anche per cercare di capire che cosa spinge la gente a sobbarcarsi un' ammazzata come questa. Al via di Versailles c' erano 7 sidecar, per esempio. Sono tutti sprofondati nelle molli sabbie del Tènèrè, fra le sperdute oasi di Dirkou e Bilma. Delle 124 motociclette in gara ne sono rimaste 25, 7 delle quali italiane. Per la mitica corsa finale di 60 chilometri sulla spiaggia da M' Boro a Dakar bisogna contare i sopravvissuti delle auto e dei camion. Da 354 a meno 60. Ultimo indirizzo, scritto sul prezioso "Road book" la bibbia del navigatore, piazza dell' Indipendenza, centro di Dakar, capitale del Senegal. Thierry Sabine lucrava, naturalmente, su tutto ciò. Però non mentiva quando prometteva la corsa più massacrante e pericolosa del mondo: "Noi portiamo la gente nel deserto non soltanto perchè possa divertirsi, ma anche perchè ne abbia rispetto e paura. Più la corsa sarà difficile meno i professionisti saranno favoriti, più i dilettanti avranno le loro chances. La Dakar deve restare una sfida tra uomini". Auto, moto, camion distrutti, gente che muore, gambe, braccia e spalle spezzate. Più sangue si versa più si alimenta la leggenda... Davvero val la pena rischiare così tanto? Non è meglio allora imitare gli ottantaquattro podisti francesi che in 31 giorni partendo dalla torre Eiffel il 21 dicembre scorso sono arrivati anche loro, nessuno escluso, a Dakar transitando da Gao nel Mali? 6.600 chilometri a piedi, di corsa, con cinque prove speciali di 240 chilometri l' una, cronometrate. Strade, piste, paesaggi, deserti: più o meno gli stessi del rally motorizzato. I corridori davanti, e dietro una carovana di fuoristrada, certamente più modesta del rally, ma tutto benedetto dagli sponsor. Solo che in questo caso i podisti hanno ben guadagnato, giacchè minime sono state le spese di iscrizione (dodicimila franchi) e di organizzazione... Marc Bouè, un parigino della Banlieu, 41 anni, ideatore di questa stravagante maratona Paris-Gao-Dakar sogghignava ieri a mezzogiorno perchè la sua corsa era giunta come da programma, senza drammi, nè tragedie. Auto e moto hanno trapassato l' Africa più povera e disperata, quella della polvere e della fame, dei deserti e del vento incessante, come un miraggio, i suoi piloti a guardar fisso soltanto davanti, per scoprire trappole segrete del percorso. Ma null' altro. " vero, vediamo poco quel che ci circonda. La corsa è una galera, hai appena il tempo di respirare. Preferirei invece correre di meno e restare di più assieme alla gente che incontriamo" ammette lo stesso Renè Metge, il trionfatore di questa ottava Dakar alla guida di una Porsche costante un milione e settecentocinquantamila marchi tra prototipo e preparazione specifica. Fronte stempiata, capelli lunghi sulla nuca, quarantatrè anni, Metge vive di automobili: "Sì, infatti vendo 140 Range Rover l' anno, sono il miglior concessionario del mondo", si vanta spesso e volentieri. In realtà è anche un ottimo conduttore: di Dakar ne ha già vinte due e una terza nella categoria 6 x 4, il curriculum agonistico parla chiaro, tre titoli francesi nelle corse con auto di serie; una "24 Ore" di Le Mans pilotando un camion e così via. Lui, come Jackie Ickx, l' attore Claude Brasseur e l' ingegnere tedesco Roland Kussmaul, corre su bolidi che sfornano quattrocento cavalli di potenza alimentati da un motore a sei cilindri di 2847 centimetri cubi. Quattro ruote motrici che hanno permesso di superare i 210 all' ora persino sui diabolici ciottoli rossi del Tènèrè. I motociclisti, loro sì che hanno coraggio. Basta una buca, un animale che ti attraversa la pista all' improvviso, un bambino spaventato...Ebbene, per tirare avanti debbono affidarsi anche ad un' assistenza altamente specializzata. Come quelli della Porsche che si portano appresso due camions e venti tecnici (costo dell' operazione sette miliardi). Per far vincere i suoi piloti, la Honda ha sborsato 4 miliardi, equamente distribuiti fra la squadra francese e quella italiana. Perchè tanti quattrini? Semplice, per strategia di mercato. Risultato: primo Cyrille Neveu, Honda 750 bicilindrica, secondo il suo compagno di team Gilles Lalay, terzo il nostro Andrea Balestrieri su Honda 600 monocilindrica.

CLASSIFICA MOTO - 1, Neveu 71h 57' 14"; 2. Lalay a 12' ; 3. Balestrieri a 21h 08' 24"; 5. De Petri a 30h 20' 05"; 6. Orioli a 30h 56' 58"; 7. Marinoni a 4h 28' 06"; 9. Picchi a 7h 26' 21".

CLASSIFICA AUTO - 1. Metge-Lemoyne 40h 31' 52"; 2. Ickx-Brasseur a 1h 45' 44"; 3. Rigal-Maingret a 4h 37' 40".

Fonte: repubblica.it

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