ADDIO, SIGNORE DEI DESERTI

Thierry Sabine BAMAKO (Malì)

BAMAKO (Malì) - Thierry Sabine, in fondo, sapeva quale era il suo destino: "Il deserto mi ha lasciato vivere, il deserto mi richiama". Dieci anni fa era rimasto per tre giorni e tre notti solo fra le dune dell' infida Mauritania. Senza bussola, senz' acqua, senza cibo. Lo trovarono, per sua fortuna: lui disse che l' aveva salvato il "gri-gri" di un tuareg, un amuleto dal quale non si separava mai. Così nacque la leggenda del Bel Sabine ma il "gri-gri" non è servito a nulla martedì 14 gennaio, mentre alle sette di sera con il suo "Ecureil", un elicottero bianco, sorvolava i concorrenti del suo rally "Paris-Alger-Dakar", non lontano dal maestoso fiume Niger, verso uno sperduto villaggio del Mali, Gourma-Rharous. Una tempesta di sabbia, una duna invisibile e maledetta, il peso forse eccessivo. L' elicottero si è schiantato, i cinque passeggeri sono morti bruciati dall' esplosione: lui, Thierry, il suo amico Daniel Balavoine, la giornalista Nathalie Odent, il pilota Francois Xavier-Banioux, cugino del principe Alberto di Monaco, infine Jean-Paul Lefevre, un tecnico radio. Una strage. La corsa, nella tempesta, continuava lo stesso. Nessuno, al bivacco della quattordicesima tappa, sospettava l' incidente. "Questa corsa insegna una cosa - predicava ogni giorno Sabine - che bisogna sbrogliarsela da soli". Una legge impietosa, la legge di un rally ormai diventato mitico. A Gao, altro villaggio dove la gara aveva fissato un traguardo valido per le classifiche, si pensava che Thierry fosse rimasto al sicuro da qualche parte. Gli aerei dell' organizzazione si sparpagliavano: i più sicuri si rifugiavano a Bamako. Uno, il nostro, un piccolo Twinoter, a Tumbuctò. Solo dodici ore dopo Patrick Verdois, la fidanzata di Sabine, Suzanne, ed un pilota, a bordo di un altro elicottero, scoprivano la carcassa dell' Ecureil. Verdois, socio di Sabine, decideva di sospendere la tappa. Il personaggio più popolare dello sport motoristico francese era là sotto, morto come gli eroi delle avventure evocate da questo straordinario rally africano. Una storia maledetta: la vendetta, quasi, di un mondo trapassato dalla rombante carovana di una corsa insensata. Attorno ad essa, polvere, desolazione, povertà, siccità una vita che si conquista giorno per giorno. Trentasei anni, normanno, bello, figlio di papà, cavallerizzo da nazionale juniores. Thierry Sabine aveva avuto la grande idea di portare dalla metropoli europea di Parigi alle spiagge di Dakar, nel Senegal, un rally di pazzi, spericolati ed incoscienti piloti, attraverso 15 mila chilometri di strade che non sono strade, in mezzo alle dune di sabbia del Tenerè - il deserto dei deserti - sulle pietre micidiali dell' Hoggar, lungo le piste delle antiche carovaniere del Sahara. Corsa affascinante? No: solo pericolosa. Ogni anno morti, feriti. Equipaggi dispersi, auto distrutte, moticiclette annientate. Anche questa ottava edizione (la prima era del 79) pareva segnata dalle disgrazie: il concorrente numero uno, un giapponese motorizzato, travolto da un' auto pirata. Michel Baron, della Honda France, in coma profondo per una caduta sull' asfalto durante quello che avrebbe dovuto essere un innocuo trasferimento verso la città nigeriana di Zinder. Un cecoslovacco alla guida di un camion Liaz che ha perso l' uso delle gambe. E poi incidenti vari, gambe, clavicole, spalle rotte: il 20 per cento dei partecipanti alla Parigi-Dakar abbandona così. Ma era proprio ciò che attirava ed attira ancora la gente: "La mia gara è questo: se non c' è rischio allora non c' è senso di mettere in piedi la corsa" aveva detto Sabine l' altro giorno a Niamey, quando il rally ha fatto riposo. Abile e spregiudicato, Sabine era riuscito a trasformare questa corsa, la corsa di un pugno di fanatici corridori disposti a sopportare i disagi e le fatiche di una gara per masochisti, in un lucroso business. E, contemporaneamente, in un avvenimento sportivo eccezionale. In Francia, un recente sondaggio promosso da una rivista non specializzata aveva dato un sorprendente risultato: la Parigi-Dakar era più popolare del Tour de France e del Roland Garros. Sabine aveva tradotto questo successo sportivo in un successo commerciale: "La Dakar è l' avvenimento di una nuova filosfia dell' avventura. Essa ha bisogno, per esistere, di marketing, di relazioni pubbliche. Bisogna cioè intervenire sui mass-media in maniera determinante. Ed è grazie allo show-business che la Dakar continua ad esistere, a crescere". Thierry non parlava a vanvera: ex allievo dell' Efap di Parigi, la scuola francese degli "attache de presse", sapeva che l' imponente organizzazione della Dakar poteva andare avanti solo coi soldi degli sponsor. Quest' anno - dicono - un giro d' affari di cento miliardi di lire. I privati? Oh, quelli erano sempre benvenuti: portafoglio gonfio ed ecco il sapore della grande avventura, assieme "ai nuovi avventurieri", come si autodefinivano i discepoli di Sabine. Cento milioni di lire e un fuoristrada da sacrificare. Sui quattrini incassati a miliardi, sulle esose tasse di iscrizione, sui premi delle assicurazioni versati in Svizzera, sui balzelli imposti per avere il diritto ad alcuni essenziali servizi durante il rally, non sono mai mancate feroci polemiche: Sabine è un furbacchione, Sabine sfrutta esageratamente il mito del "suo" rally. Lui se ne fregava: o con me o contro di me. Tanto il mito ingigantiva. Paure, emozioni, rischi per tutti: per i piloti ed i navigatori, per i meccanici, per i giornalisti, per gli organizzatori. Nessuno escluso: solo così si capisce cosa è veramente la Dakar. Fa senso, adesso, vedere i resti di Sabine dentro una misera cassetta di ferro, nell' obitorio dell' ospedale "Gabriel Tourè" di Bamako. Quante volte l' abbiamo maledetto, alla fine di una tappa massacrante, con le reni a pezzi, la sabbia nei polmoni, il terrore di fermarsi per sempre. E invece, dopo una notte in sacco a pelo (anche Renato Pozzetto si è subito adeguato e ha "tenuto" per otto tappe) tutti di nuovo in piedi, ad aspettare l' amato-odiato Thierry, la sua voce sottile, il megafono pronto a raccontare i segreti del percorso. L' ultimo "briefing" non c' è stato. Aveva parlato alle sette di sera, a Niamey, avvertendo i 180 superstiti dei pericoli che li aspettavano l' indomani: paludi, villaggi senza piste, tempeste di sabbia appunto. "Se vi dico queste cose sulla tappa - quasi declamava, col suo volto ascetico, barba da Jesus Christ Superstar - se vi suggerisco il modo di affrontarla è perchè so quel che faccio, così come vi obbligo a non dimenticare mai l' equipaggiamento di soccorso. Il vostro collega "Motard", l' olandese Arian Brouwer si è salvato per miracolo, 28 ore solo nel deserto, poteva morire. stato fortunato perchè io ho ragionato, ho capito dove poteva essersi perso" applausi. Così nessuno gli chiedeva cose sgradevoli, per esempio, le tre ore e mezzo di ritardo nel soccorrere il povero Baron. Sabine è morto ed è sicuro che senza di lui il rally Paris-Dakar sarà, se continuerà, un' altra cosa. Mai morte è stata così simbolica, crudele: l' eroe romantico dei francesi all' inseguimento dell' avventura ucciso dalla sua stessa creatura. Vittima di un' Africa che non ha mai accettato questo rally degli ex colonizzatori, giacchè in pochi hanno scordato il Kepi e la legione straniera. Sabine teneva su la baracca della corsa grazie al suo carisma, sorta di santone degli automobilisti. Cuciva interessi diversi e rivalità accese.

Fonte: repubblica.it

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