Terrorismo, l’allarme per le armi chimiche

Terrorismo

Premesse e promesse della prossima apocalisse: ovvero come evolve il terrorismo islamico in nome dell’Isis. Dagli attentati con esplosivi tradizionali siamo passati alla minaccia delle armi chimiche e biologiche, senza dimenticare il rischio atomico, l’incubo della Guerra Fredda. Il sangue di Natale a Berlino e del Capodanno ad Istanbul hanno infatti spinto il conservatore Ben Wallace, ministro della Sicurezza britannica, a dichiarare che lo Stato islamico ha in serbo qualcosa di peggio, giacché “non ha scrupoli nell’usare i gas e le armi chimiche contro le popolazioni e, se potessero, lo farebbero in questo Paese”. Parole pesanti. Da prendere con le pinze?

Ricordano purtroppo quelle di Blair e Bush, i quali, per giustificare la seconda guerra contro Saddam Hussein, evocarono il pericolo che il dittatore iracheno potesse replicare con “armi di distruzione di massa”, secondo i rapporti dell’intelligence. C’era stato l’11 settembre del 2001. C’era la voglia di una Grande Vendetta americana. Saddam Hussein era sospettato di aiutare Osama Bin Laden. Ma le micidiali armi di distruzione di massa non furono mai trovate. Poi si scoprì che i rapporti dei servizi segreti erano una losca manipolazione. Un pretesto per la guerra. Siamo dunque vaccinati contro le bugie e le montature Blair-Bush, perciò generalmente diffidiamo degli allarmi di analoga e drammatica portata: però, stavolta, gli indizi raccolti sembrano più circostanziati. Dunque, maledettamente inquietanti. L’eredità dell’orribile 2016.

Tutto cominciò seriamente dodici mesi fa, lo scorso gennaio.

Deserto iracheno. Il Pentagono autorizza un raid segretissimo dell’unità EFT (Expeditionary Targeting Force): la sua missione è catturare o uccidere i quadri dirigenti dell’Isis e ottenere informazioni. Nelle loro mani casca il “pesce grosso”. Slimane Daud al-Afari, uno specialista di armi chimiche dell’Isis. Messo sotto torchio, l’uomo ammette che il suo gruppo intendeva utilizzare gas mostarda per attacchi futuri. E spiega come.

La soddisfazione di Washington è evidente. Venerdì 9 febbraio James Clapper, coordinatore dei servizi d’intelligence Usa, e, tre giorni dopo, venerdì 12 febbraio (via Twitter) John Brennan, direttore della Cia, accusano per la prima volta apertamente l’Isis di utilizzare armi chimiche, così come di fabbricare piccole quantità di cloro e di gas mostarda in Siria e in Iraq. Già nell’agosto del 2013 gli ispettori dell’Onu, capitanati dal professore svedese Ake Sellstrom, avevano denunciato che in Siria c’erano stati attacchi con bombe tossiche alla periferia di Damasco. Azioni ripetute più volte nei successivi anni di guerra. Le informazioni strappate ad al-Afari permettono incursioni aeree su dei bersagli considerati cruciali per il programma di armi chimiche dell’Isis. Dall’OIAC (l’organizzazione per il divieto delle armi chimiche) si conferma che nell’agosto del 2015 e nel febbraio del 2016 si è utilizzato yperite nei combattimenti al nord dell’Iraq (però non si dice da parte di chi).

E tuttavia, nonostante l’offensiva delle forze che contrastano l’Isis, lo scenario muta. E mutano pure le prospettive della guerra “ibrida” condotta dal Califfato. Bisogna spostarsi di tremila chilometri, sino al Nordafrica magrebino. In Marocco. Dove, nel febbraio 2016, gli uomini della DGSN (Direzione generale della sicurezza nazionale) neutralizzano una cellula jihadista affiliata all’Isis. I suoi membri stavano per sferrare attacchi chimici in quattro città e avevano programmato un attentato suicida. Disponevano di gas mostarda contrabbandato dalla Libia. L’arsenale dei terroristi, inoltre, comprendeva altre sostanze chimiche e biologiche tossiche e una grande quantità di fertilizzante. Le sostanze potevano essere usate per produrre esplosivi artigianali ed essere trasformate in tossine mortali.

E’ la conferma che la strategia dell’Isis sta cambiando. Che si cerca di alzare il livello offensivo. Soprattutto dopo le sconfitte militari sul terreno, sia in Siria che in Iraq.

Tanto per non farci mancare niente, ecco che il 25 marzo 2016, qualche giorno dopo gli attacchi all’aeroporto e alla metropolitana di Bruxelles, si delinea un nuovo e ancor più spaventoso fronte: Yukiya Amano, direttore dell’AIEA, l’Agenzia internazionale dell’energia atomica, invita gli Stati a rafforzare la sicurezza dinanzi al rischio sempre più elevato del “terrorismo nucleare”. Lo fa tramite l’autorevole Afp, l’agence France press. Secondo Amano, “la possibilità che materiali nucleari siano impiegati dai terroristi non può essere escluso. Basta un’infima quantità di plutonio per confezionare una bomba atomica rudimentale. Ormai, oggi come oggi, i terroristi hanno le conoscenze e le informazioni per farle”.

A preoccupare ancor di più è l’analisi di un gruppo di esperti che lavorano in seno all’IPFM (International Panel on Fissile Materials), un gruppo indipendente fondato nel 2006 che si occupa di controllo e della non proliferazione delle armi nucleari: nel mondo circolerebbe una quantità tale di plutonio e uranio arricchito per fabbricare 20mila bombe d’Hiroshima. Amano è ancor più pessimista: per lui basterebbero i materiali nucleari utilizzati in luoghi facilmente accessibili, come gli ospedali e le università.

Fatto sta che la risposta al suo appello è immediata: viene convocato a Washington un summit il 31 marzo e il primo aprile per affrontare l’emergenza, vi partecipano i rappresentanti di una cinquantina di nazioni. Tutti sono d’accordo nell’aumentare le misure di sicurezza attorno alle centrali nucleari, bersagli potenzialmente “sensibili” del terrorismo jihadista, come emerso nelle indagini in Belgio sulla filiera dei terroristi che hanno attaccato Parigi il 13 novembre del 2015. La sorveglianza è incrementata anche nelle aziende del settore industriale atomico. Trapelano misteriosi episodi. Per esempio, parecchie centrali nucleari francesi sarebbero state sorvolate più volte da droni non identificati, tra l’estate del 2015 e la primavera del 2016.

La conferma che in Marocco l’Isis voleva sperimentare attacchi chimici arriva il 4 Aprile 2016. Abdelhak Khiame, direttore del BCIJ (Bureau central d’investigation judiciares), rompe gli indugi e mette in guardia l’Occidente: “E‘ possibile che l’Isis utilizzi le armi chimiche per colpire la Gran Bretagna e altri Paesi europei. Purtroppo, abbiamo potuto constatare quanto sia facile prepararle. Infatti le sostanze usate nell’attacco sventato lo scorso febbraio dalla nostra agenzia sono in commercio ovunque, in Europa”. Del resto, anche il ministro russo degli esteri, Sergej Lavrov, aveva detto che l’uso delle armi chimiche da parte dei terroristi “è ormai una realtà. Non abbiamo più alcun dubbio che il terrorismo chimico sia passato oggi da una minaccia astratta a una dura realtà, che si può e si deve fermare intensificando il lavoro a livello internazionale”.

Come ha fatto l’Europol. Nel rapporto “Changes in Modus Operandi of Islamic State revisited” del novembre 2016 c’è un capitolo, il sesto, assai eloquente, ahinoi: s’intitola “Choice of weapons”, la scelta delle armi. E‘ strutturato in tre punti. Nel terzo, si scrive che “è evidente che l’Isis ha manifestato un interesse nell’uso di armi chimiche e/o biologiche”. Siamo fritti. Occhio ai rubinetti. In un vecchio manuale dell’Unione Sovietica, dove si spiegava cosa fare quando si assedia una città, si suggeriva di inquinare gli acquedotti. E di obbligare a bere solo acqua in bottiglie sigillate. In America, esistono migliaia di aziende chimiche suscettibili d’essere bersaglio del terrorismo. Un’esplosione può trasformarle in un’arma devastante: ricordate Seveso o Bhopal? Per questo sarebbero tenute a rispettare particolari (e costosi) protocolli di sicurezza, imposti dal Chemical Facility Anti-Terrorism Standards, ma funestati da una burocrazia soffocante. Ebbene, vi fu una sconcertante scoperta: solo 39 delle 4011 infrastrutture “critiche” avevano migliorato la propria sicurezza. No comment.

Fonte: ilfattoquotidiano.it