Teheran attentati in stile Isis

Terrorismo Teheran

TEHERAN. Giusto un anno fa, il 20 giugno del 2016, in pieno Ramadan, l’intelligence iraniana annunciò di avere sventato “quello che rischiava di essere il peggiore attentato mai organizzato nel paese”. Un’ondata di attentati suicidi in diverse zone di Teheran e in altre importanti città. Ad organizzarli, i tafkiri, come i servizi iraniani chiamano i terroristi dello Stato islamico, di al-Qaeda e i wahabiti, riconducibili all’Arabia Saudita, la rivale sunnita dell’Iran sciita.

Ieri mattina, il “progetto satanico” dei nemici dell’Iran si è concretizzato con due spettacolari attacchi ad altrettanti luoghi simbolici della capitale iraniana: il Parlamento e il mausoleo di Khomeini. Due commandos di kamikaze e di uomini armati hanno attaccato Teheran verso le 11: il primo, composto da quattro terroristi (20-25 anni) travestiti da donne, ha assaltato il Majlis al Shura islamico, ossia il Parlamento, sparando all’impazzata con i kalashnikhov, prendendo ostaggi e minacciando la strage dei parlamentari. L’attacco è stato stroncato da un blitz delle forze speciali, quattro ore dopo: i terroristi sono morti, due di loro si sono fatti saltare in aria all’interno del Majlis. Il secondo gruppo, composto da due persone, ha attaccato il mausoleo dell’imam Khomeini, venticinque chilometri più a sud ovest della capitale iraniana, sparando tra la folla dei pellegrini. Uno degli attentatori - in abiti femminili - si è fatto esplodere nei giardini del mausoleo, mentre l’altro è stato ucciso dalla polizia mentre tentava di gettarsi sulla tomba della Prima Guida Suprema della Repubblica Islamica.

Il bilancio, nel momento in cui scriviamo, è di 13 morti e 46 feriti, molti dei quali in gravi condizioni. Sono rimasti uccisi anche 6 terroristi, uno dei quali si è suicidato con una pillola al cianuro per non finire nella mani delle forze di sicurezza, ed è un particolare anomalo, se inquadrato nelle modalità tradizionali degli attacchi Isis. Gli attentati, infatti, sono stati rivendicati quasi subito dal Califfato - questa tempestività è significativa: si tratta della prima volta per l’Iran, per di più in lingua farsi. L’Isis ha citato però “5 soldati”, mentre gli attentatori uccisi sono 6 e un altro commando è stato neutralizzato prima di entrare in azione. Secondo i servizi iraniani, l’Isis avrebbe “affittato” dei combattenti disposti a sacrificarsi pur di seminare sangue e terrore, probabilmente reclutati tra le milizie secessioniste (Jundullah, cioè i “soldati di Dio”, e i gruppo dissidente MKO sostenuti da Ryad e Tel Aviv), o gli jihadisti di Jaysh Al-Adl, che a fine aprile hanno colpito le guardie di frontiera col Pakistan.

Del resto, si temevano azioni del genere, dopo che Donald Trump aveva sollevato il coperchio del vaso di Pandora, incoraggiando platealmente l’Arabia Saudita ad armarsi e a pigliare adeguate contromisure nei confronti dell’Iran. Indubbiamente, il colpo d’acceleratore è arrivato lunedì 5 giugno, quando Ryad, gli Emirati, l’Egitto, Bahrein, lo Yemen, le Maldive e successivamente la Mauritania hanno rotto i rapporti diplomatici con il Qatar accusandolo d’essere l’occulto finanziatore del terrorismo e fiancheggiatore delle mire espansive dell’Iran.

Politicamente interessante è l’analisi dei messaggi di solidarietà nei confronti dell’Iran. Diretti al “popolo” e al “governo” quelli dei paesi Ue. Scontato quello dell’alleato Putin che la disponibilità “a ulteriori sforzi” nella comune lotta contro il terrorismo. Washington, non immediatamente, condanna gli attentati, “non c’è posto per la depravazione del terrorismo”. Ma il sentimento antiamericano è apparso evidente fin da subito, perché mentre era in corso l’attacco al Majris, i parlamentari iraniani che erano in assemblea hanno intonato cori piuttosto truci nei confronti degli Stati Uniti (“A morte! A morte!”), e ancor più bellicosi sono state le prime reazioni dei pasdaran, “questo attacco terroristico arriva ad appena una settimana dall'incontro tra il presidente Usa e i leader retrogradi che sostengono i terroristi. Il fatto che l'Is abbia rivendicato la responsabilità dimostra che sono coinvolti nel brutale attacco”. Più diplomatico il premier Hassan Rouhani che ha lanciato un appello all’unità e alla cooperazione regionale contro il terrorismo, ma non ha accusato né gli Usa né Ryad.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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