Quei kamikaze passati sotto il naso della “Sentinelle” Sicurezza colabrodo - Nonostante undici mesi prima c’era stato l’attacco al giornale Charlie Hebdo

Terrorismo

Non è stato un cantiere come gli altri quello del Bataclan che riapre stasera: per un anno i lavori sono stati coperti dal segreto assoluto. Un sabato difficile: momento ineluttabile per sondare ancora una volta la memoria degli attentati, per capire quanto lo stress collettivo permanga come una nuvola opprimente sulla capitale francese, e se e come è stata assorbita psicologicamente l’evoluzione dei ricordi di quegli attacchi. Non senza uno sfondo di polemiche e di critiche: si poteva evitare l’ecatombe? Chi ha sbagliato nella prevenzione? I biglietti, messi in vendita martedì mattino, sono andati esauriti in meno di un’ora.

L’evento è carico di simbolismi. L’incasso sarà devoluto a due associazioni, Life for Paris e 13 Novembre: Fraternité Verité. I loro nomi riassumono lo spirito con il quale i parigini hanno affrontato le conseguenze degli attentati, i loro fantasmi, l’angoscia che la minaccia resti, nonostante le rassicurazioni delle autorità.

Fa freddo, più dell’anno scorso, e anche questo dettaglio apparentemente insignificante è vissuto come un segno dei tempi, mai così incerti, mai così difficili. Parigi rivive con angoscia la strage – al Bataclan il tributo più spaventoso: 93 vittime, centinaia di feriti.

Fra le tante e inevitabili commemorazioni, la più originale e straordinaria è quella di un documentario tedesco che s’intitola Les Banlieues de la ligne 148 (“Le periferie della linea 148”) in onda sul canale tv Arte. Lo spunto è semplice: seguire il tragitto che compie l’autobus della linea 148 su cui ha viaggiato per un sacco di volte Samy Amimour, uno dei terroristi che hanno seminato la morte al Bataclan. Un uomo senza storia, che aveva fatto l’autista della Ratp, e che viveva nel sobborgo di Bobigny. Spesso puntuale, sempre gremito, il 148 si ferma una trentina di volte, attraversando quella che una volta era una periferia operaia, “rossa”. Via via, ad ogni fermata sale un testimone, giovane o vecchio che sia: può essere un poliziotto, un magistrato, un imam, un pensionato.

Ciascuno racconta la “sua” periferia. Piano piano, dalle loro parole ecco il ritratto di Samy che abbandona lavoro e famiglia e piomba nel ristretto universo del terrore.

Qualcuno vede nella riapertura del Bataclan la sconfitta sia del terrorismo sia della sua ideologia. Altri, lo immaginano come un forte Alamo, baluardo cioè della resilienza. Un’empatia compulsiva ha circondato i sopravvissuti, ma anche una fastidiosa e persistente curiosità.

L’inchiesta che a fatica ha ripercorso le tracce delle cellule terroristiche franco-belghe ha messo in luce errori e sottovalutazioni. Il ruolo dei servizi d’informazione non è stato all’altezza dei timori, soprattutto perché undici mesi prima c’era stato Charlie Hebdo.

Né consola il fatto che Parigi abbia schedato 15 mila islamici, considerati come “una potenziale minaccia per lo Stato”. Lista frutto del lavoro incrociato dell’intelligence e delle segnalazioni giunte da numerosi cittadini. Sentinelle, il macchinoso dispositivo militare dispiegato dopo gli attentati del gennaio 2015 non ha funzionato.

E poi c’è stata la strage della Promenade des Anglais, a Nizza, a mettere una volta di più sotto accusa l’antiterrorismo.

La risposta del governo è stata inquietante, formalizzata con un decreto il 30 ottobre: la schedatura biometrica di tutti i francesi, insieme a tutti gli altri dati anagrafici (carte d’identità, passaporti, carte sanitarie), battezzata Tes: titres électroniques sécurisés.

Un’iniziativa che potrebbe riflettersi in un autogol: la centralizzazione offre agli hackerterroristi un bersaglio ghiottissimo.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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