Sessanta giorni da Salah Chi aiuta la primula belga?

Parigi sotto attacco Parigi

PARIGI. Taglia: un metro e 75. Occhi marroni. Nome: Salah. Cognome: Abdeslam. Nato il 15 settembre 1989 a Bruxelles: “Se voi disponete di informazioni che permettano di localizzarlo, contattate immediatamente il 197 Alerte attentat, l’individuo è pericoloso, soprattutto non intervenite direttamente”. E’ il primo “appel à témoins” lanciato dalla Polizia Nazionale francese, l’indomani delle stragi parigine. La Polizia Federale belga diffonde la foto segnaletica martedì 17 novembre, aggiunge che è mingherlino di corporatura, e potrebbe essere “pesantemente armato”.

Da allora sono passati sessanta giorni. E nulla è cambiato. Almeno, così ci viene detto. Salah, unico sopravvissuto degli attentatori di Parigi, è infatti ancora uccel di bosco, nonostante l’imponente apparato di ricerca allestito per individuarlo e catturarlo vivo, se possibile. Stranamente, nessun comunicato dell’Isis inneggia a questa inafferrabile Primula Islam che si farebbe beffe di tutte le polizie e le intelligences d’Europa, e pure degli Stati Uniti, del Marocco e della Turchia. Forse non gli perdonano la vigliaccheria, a differenza del fratello Brahim che si è fatto saltare per aria. La notte dell’ordalia terroristica la sua preoccupazione era come tornare in Belgio. Dal cellulare che è stato ritrovato nel 18esimo arrondissement si è risaliti ad identificare le persone che aveva chiamato. Un detenuto di Namur. Un cugino parigino, che rifiuta di aiutarlo, “forse tu non lo sai, ma ci sono stati degli attentati...”.

Alle due di notte chiama Attou Hamza e Mohammed Amri, che sono a Moelenbeck, sobborgo di Bruxelles. I due si precipitano a Parigi con una Golf nera. L’appuntamento è alle cinque del mattino, a Châtillon (Hauts-de-Seine, a sud di Parigi), nei pressi di un McDonald...gridando e piangendo racconta ai due cosa è successo. Dice che ha imbracciato un kalashnikov e che ha sparato. Che se non lo riportano a casa, avrebbe azionato la cintura esplosiva che aveva addosso E’ Hanza Attou che lo riferisce, quando lo interrogherà la polizia. Una cintura esplosiva è in effetti trovata dieci giorni dopo a Montrouge, non lontano dal rendez-vous. Durante il tragitto, secondo i complici, Salah appare teso, nervoso ogni volta che rallentano. Sta seduto dietro, ripete più volte che si vendicherà, che i francesi lo tortureranno se cadrà nelle loro mani. Imboccano l’autostrada che porta in Belgio. Vengono fermati tre volte, per i controlli, tutti in Francia. Uno a Cambrai, dove Abdeslam fornisce il suo indirizzo di Molenbeek. Tutte e tre le volte sono lasciati passare. Hanno esibito i documenti, il nome di Salah non è stato ancora segnalato. Alle 9 e 45 si fermano ad una stazione di servizio. La telecamera inquadra i tre. Gli ingrandimenti fotografici lo mostrano, mani in tasca, mentre si avvia tranquillo all’autogrill con Hamza..

Prima di arrivare a Bruxelles, i tre si fermano ad un mercato. Salah acquista dei jeans neri, un giubbotto senza cappuccio, una maglia e delle scarpe. Si cambia dentro il furgoncino dell’ambulante. Poi va a comprarsi un cellulare da 20 Euro, prima di fermarsi da un parrucchiere. Vorrebbe cambiare colore ai capelli, ma il barbiere non lo fa, così ripiega sulla rasatura completa, e dimezza i sopraccigli. In un caffé di Laeken, chiede di condurlo in un posto dove “sono atteso”, a Schaerbeek, un altro quartiere della Grande Bruxelles. Raggiunto dall’amico Ali Oulkadi, Salah molla i due. Che verranno arrestati il giorno dopo.

Qui la ricostruzione della fuga iniziale si fa confusa. Primula Islam sarebbe rimasto in un appartamento di Molenbeek sino alle undici del 16 novembre, passando sotto il naso dei poliziotti, nascosto dentro un mobile, trasportato da altri complici che avrebbero simulato un trasloco. Un’altra versione, riconducibile alla procura belga, è che se la sia filata a bordo di un’auto. Nel covo di Schaerbeek, comunque, la polizia avrebbe scovato un’impronta di Salah e tracce di componenti chimici usati negli attentati. Primula Islam svanisce: o l’hanno fatto fuori, o è protetto. Il suo nome spunta di nuovo quando l’agenzia Belga diffonde la notizia che Salah avrebbe preso contatto con l’avvocato penalista Sven Mary: la procura smentisce. Il fratello maggiore Mohamed, impiegato al comune di Moelenbeek, è certo che Salah non ha i mezzi necessari per organizzare una fuga del genere: “E se fosse morto? Noi non abbiamo alcuna prova che sia ancora vivo”. Forse, l’ennesimo depistaggio.

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