Salah, l’assassino “stressato” diventa gola profonda Il suo legale conferma: “Collaborerà”. In un covo trovati detonatori con il dna dell’ex primula rossa dell’Isis

Parigi sotto attacco

Je suis content que ce soit terminé. Je n’en pouvait plus”: sono contento che sia finita, non ne potevo più. Così parlò Salah Abdeslam agli uomini dell’antiterrorismo belga, prima di essere immobilizzato. È certo che non la prenderanno molto bene a Parigi i parenti delle 130 vittime di quel maledetto 13 novembre. Loro non se lo possono permettere di dire una frase del genere. Loro chiedono che si faccia luce sui misteri della lunga fuga di Salah, visto che è stato scovato a due passi da dove ha sempre vissuto.

Loro si domandano come mai con Salah il blitz è stato soft, a differenza di tutti quelli che lo hanno preceduto. Come a Saint-Denis, quando si sono usate le granate pur di liquidare la cellula terroristica guidata da Abdelhamid Abaaoud: il “cervello” degli attacchi kamikaze, sicuramente apparteneva a un livello gerarchico superiore, rispetto a Salah.

A Radio 1, emittente belga, il legale Sven Mary ha dichiarato d’aver incontrato Abdeslam nel weekend, e di averlo visto un po’ “risollevato” dal fatto che “la caccia fosse terminata”. E questo, indirettamente, conferma le prime parole pronunciate da Salah, ma soprattutto la sua resa e l’offerta di collaborare. Quanto strumentale? Mary ha precisato che l’incontro “è durato una decina di minuti”. Salah era sdraiato su un lettino “perché ferito a una gamba”.

A controllarlo, quattro agenti mascherati: “Mi ha detto che coopererà. Ha cominciato sabato”. Sinora Salah ha avuto una sessione di interrogatori con gli investigatori della task force antiterroristica (è stata creata un’unità transnazionale franco-belga) e due col giudice istruttore: “Può fornire informazioni preziose sia per la polizia che per la magistratura e gli avvocati”. In cambio, Salah si aspetta uno sconto della pena. Vale la pena questo baratto? Dipende dalla qualità delle rivelazioni.

Sul fronte delle indagini, la novità è che sono stati trovati dei detonatori, con le impronte del dna di uno dei complici di Salah, nell’appartamento di Forest, in rue de Dreis, quello del primo blitz di martedì scorso. Si sapeva che lì dentro c’erano una bandiera dell’Isis e alcuni caricatori di kalashnikov.

Apparterrebbero a Najim Laachraoui, 25 anni (si spacciava per Soufiane Kayal) considerato l’artificiere della cellula e questo nuovo elemento – nell’ambito delle indagini – confermerebbe l’ipotesi che Salah Abdeslam e i suoi accoliti stessero preparando un nuovo attentato, come peraltro aveva ipotizzato domenica Didier Reynders, il ministro belga degli Esteri: “Salah era pronto a rifare qualche cosa a Bruxelles, e forse può essere vero poiché abbiamo trovato molte armi pesanti durante le prime indagini. Inoltre a Bruxelles abbiamo scoperto una nuova rete terroristica che ruotava attorno a Salah”.

Najim era stato in Siria nel febbraio del 2013. Le sue impronte sono state identificate in una casa affittata a Auvelais e perquisita il 26 novembre scorso, così come in un appartamento della rue Henri Bergé di Schaerbeek, uno dei covi utilizzati dal gruppo terrorista.

Come c’è arrivata la polizia? Chi ha parlato? Il 9 settembre 2015 Salah era stato controllato alla frontiera tra l’Austria e l’Ungheria a bordo di una Mercedes, in compagnia di due persone che avevano esibito documenti (rivelatisi falsi) intestati a Samir Bouzi e Soufiane Kayal. Bouzi, il cui vero nome era Mohamed Belkaid, è stato ucciso martedì scorso durante il blitz di Forest.

Come mai Salah ha potuto impunemente agire e preparare con Abaaoud gli attacchi del 13 novembre? Per tacitare le polemiche, il procuratore capo di Parigi e il collega di Bruxelles hanno indetto ieri una conferenza stampa in comune per dire che ci sono quattro diverse inchieste sul jihad di Moelenbeek e che il lavoro è appena all’inizio. Salah, gola profonda. Quanto, lo si vedrà. Da quando, non ce lo diranno mai.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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