Salah Abdeslam, Molenbeek e altri disastri. La lunga caccia a moscacieca della polizia belga e francese. L’analisi di Leonardo Coen

Parigi sotto attacco Bruxelles

BRUXELLES. Tutto è cominciato a Molenbeek-Saint Jean, il bastione del jihadismo europeo. Tutto è finito a Molenbeek, municipalità periferica della grande Bruxelles, divenuta tristemente celebre per questo pedigree terroristico. Qui sono stati ideati i massacri che hanno insanguinato Parigi la sera di venerdì 13 novembre 2015. Qui Salah Abdeslam, l’unico terrorista che non si è fatto esplodere, è tornato per rifugiarsi. E qui, in un edificio di proprietà del Comune di Molenbeek, è stato ferito ed arrestato colui che nella galassia radical-islamica era chiamato Primula Islam. La “cavale”, la fuga del bandito come viene chiamata in gergo dai francesi, è durata 126 giorni. Tanti. Troppi.

Più volte la polizia belga e quella francese sono state messe sotto scacco. Quando Salah scappò da Parigi, si fece aiutare da Mohamed Amri e Hamza Attou che lo riportarono a Bruxelles il 14 novembre. Vennero fermati tre volte. E per tre volte vennero lasciati passare. Lentezza nel diffondere note segnaletiche e scarsa cooperazione fra i servizi dei due Paesi. Almeno, all’inizio. Furono le accese polemiche scoppiate in Francia e in Belgio a costringere le autorità di Parigi e Bruxelles che era venuto il momento di accantonare diffidenze e arroganze, altrimenti l’avrebbero vinta i terroristi. Il protrarsi dell’incredibile latitanza di Salah accentuò le critiche sulle inefficienza investigativa. Il 10 febbraio, per esempio, vennero catturati a Molenbeek 10 islamisti. Reclutavano volontari per la jihad in Siria. La dimostrazione che esistevano e resistevano, nonostante la sorveglianza accresciuta, cellule “dormienti”. Confermando le radici profonde della radicalizzazione e la relativa libertà di movimento della filiera jihadista brussellese.

La Molenbeek Connection è stata contrastata anche dall’ antiterrorismo marocchino, giacché a Molenbeek da quasi mezzo secolo si concentra l’emigrazione araba del regno nordafricano. I servizi di Casablanca, strutturati sul modello francese, sono stati fondamentali nel ricostruire la “mappa” dell’islamismo radicale che in quel quartiere aveva trovato linfa vitale e si era rapidamente ramificato.

Dei quattrocentomila marocchini che vivono in Belgio, quarantamila stanno a Molenbeek. Che si trova non lontano dal centro di Bruxelles. Ma quando ci vai, noti subito che Moelnbeek, nonostante la contiguità con il centro, è una sorta di ghetto, di città nella città. L’immigrazione passa da Molenbeek e poi si sposta altrove, appena le condizioni sociali migliorano. Dunque, c’è un grande ricambio. Un ricambio pericoloso: chi resta non ha avuto fortuna. Un dato, per tutti: la disoccupazione giovanile in Belgio è attorno al 20 per cento. Quella a Molenbeek è del doppio. Dei diciannove municipi di Bruxelles Région è il secondo più povero. Secondo la polizia locale - ora può contare su 180 agenti, ma non bastano - jihadismo e criminalità sono fenomeni contigui, e c’è osmosi: quando ci andai l’ultima volta, lo scorso novembre, mi fecero notare che il bar di Brahim Abdeslam, il fratello maggiore di Salah, era stato chiuso per spaccio, una settimana prima che il padrone (indebitato) si facesse saltare per aria a Parigi. L’incongruenza, sottolineava la polizia, è che il kamikaze si l’aveva fatto in nome dello Stato Islamico. Dove chi si droga è punito con cento frustate e chi commercia con la decapitazione. E comunque, c’erano tra i 120 e i 150 giovani in odore di “salafismo” e jihadismo.

Possibile che in quattro mesi servizi e uomini dell’antiterrorismo non siano stati in grado di individuare il rifugio (o i rifugi) di Salah e dei suoi complici? Siamo sicuri che quel che ci raccontano e ci diranno sarà la storia vera? Nel luglio del 2014 - si è saputo solo da poche settimane - la polizia belga era stata informata che i fratelli Abdeslam stavano diventando potenziali terroristi. All’inizio del 2015 lo stesso Salah era stato fermato ed interrogato più volte, dopo le stragi alla redazione di Charlie Hebdo e al supermercato ebraico di Parigi. A Verviers era stata smantellata una cellula islamista (con due morti). Tuttavia, pochi mesi dopo Salah non era più sottoposto ad alcun controllo. Prima del 13 novembre, Salah, Brahim (che peraltro era andato a combattere in Siria) e Mohamed Abrini (altro fuggitivo) erano stati due volte a Parigi, evidentemente per i sopralluoghi prima degli attentati suicidi.

Sono numerose le “defaillances” e le lacune degli investigatori, è scritto in un rapporto (riservato) del “Comitato P”, organo di sorveglianza delle polizie al servizio del Parlamento federale belga, esaminato a porte chiuse da quattordici deputati il 7 e l’8 marzo scorso. In cui si scopre che esisteva una lista di 85 nominativi di “persone radicalizzate”, tra le quali i fratelli Salah e Brahim Abdeslam, Abdelhamid Abaaoud (la mente degli attentati del 13 novembre, ucciso in un blitz della polizia a Saint-Denis) e Mohammed Abrini. L’aveva stilata il 20 marzo 2015 l’Organo di coordinamento per l’analisi della minaccia (OCAM) ed era stata trasmessa al comune di Molenbeek due mesi dopo (dove peraltro lavora un terzo fratello Abdeslam, considerato estraneo alla radicalizzazione). Dire zone d’ombra, è dire poco.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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