Occidente il nemico del volante accanto

Terrorismo

Nella disordinata e inconcludente guerra al terrorismo, per dirla con Noam Chomsky, l’Occidente sembra non soltanto essere disarmato di fronte all’imprevedibilità degli attacchi jihadisti ma è anche ottuso nell’ignorarne o, comunque, nel sottovalutarne gli sviluppi simbolici e le minacce culturali. Mentre Trump scatena la sua tempesta missilistica ed ipertecnologica contro la Siria, il salafismo jihadista e le sue variegate incarnazioni armate si accontentano di ingranare le marce di un Tir o di un Suv per abbattere quanti più “demoni crociati” trovano sulle loro strade. Lo fanno da più di due anni: pochi ricordano l’esordio di questa strategia, risale alla fine del 2014. Auto contro il mercatino di Natale, a Nantes, quasi una prova generale per quello che poi sarebbe successo a Nizza, Berlino, Londra e ieri a Stoccolma. Ma anche in tante altre località ci furono tentativi analoghi, spesso sventati. Oppure con bilanci di un orrore più circoscritto. Col senno di poi, ci accorgiamo che il fenomeno è diventato capillare. Fomenta imitazione. Senza che si possa prevenire. A meno di non attuare formidabili politiche di sicurezza, limitando le libertà di movimento e del tempo libero. L’obiettivo del terrorismo e di chi lo fiancheggia.

Dunque, Tomawakh (intesi come missili) contro l’ascia del Tir. Da un lato, i missili lanciati dalla flotta Usa al largo della Siria rappresentano l’offensiva del fronte internazionale. Dall’altro, la banalità delle quattroruote. La nuova generazione dei terroristi non ha più bisogno delle micidiali cinture esplosive o di organizzare attacchi con mitra e bombe, come è successo al Bataclan e altrove la maledetta sera del 13 novembre 2015 a Parigi. No, basta solo una patente. E una pianificazione che non richiede né organizzazione, né covi clandestini, né contatti a rischio infiltrazione. Può essere estemporanea: l’azione viene decisa all’improvviso, ed attuata in qualsiasi punto di qualsiasi città. Impossibile prevedere dove e quando. E chi.

Chi decide deve solo immaginare “il come”. Il bersaglio è ovunque. Basta che ci sia folla da falciare. Gente che cammina per strada, o s’attarda alla bancarella, o è dentro un negozio. Quando i tifosi lasciano lo stadio. All’uscita di una discoteca o di un cinema. In un mercato. O dopo la grande festa nazionale francese del 14 luglio, come avvenne l’anno scorso a Nizza, sulla mitica Promenade des Anglais, che costò la vita a 87 persone, senza contare i 400 feriti.

Fu allora che si concretizzò la folgorante minaccia di Abu Bakr al-Baghdadi, leader dell’Isis ed autoproclamato Califfo di tutti i musulmani. Era il 29 giugno del 2014 quando annunciò la nascita del Califfato, che si sarebbe espanso oltre i confini di Siria ed Iraq, prefigurando il suo Jihad: “Vi combatteremo sin dentro le vostre case, stravolgeremo le vostre abitudini, proverete terrore ogni minuto della vostra esistenza!”. Da quel giorno si intensificarono attentati e rivendicazioni, si moltiplicarono video grondanti sangue e si impose a livello mediatico una martellante propaganda, culminato con l’appello ad uccidere i miscredenti, usando qualsiasi strumento che potesse provocare la morte. Con sottile perfidia, e un certo fascino politicamente perverso, si è privilegiato quanto di più comune (e indispensabile) c’è nella vita quotidiana: l’uso dei veicoli pesanti (ma anche normali automobili o eleganti Suv, vedi Londra) come arma di distruzione. Trasformati in veicoli del terrore e della paura. Ed obbligandoci ad immaginare il nemico del volante accanto.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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