Nizza è ancora in lutto e rinuncia al Carnevale La 133esima edizione della manifestazione nizzarda si terrà altrove per motivi di sicurezza. Nel libro di Hanane Charrihi questa e altre conseguenze della strage

Strage di Nizza Nizza

NIZZA. “Mia madre Fatima Charrihi fu la prima vittima dell’attentato di Nizza il 14 luglio del 2016: era musulmana, come un terzo delle persone assassinate quella sera”. Hanane Charrihi ha ventisette anni, il viso dolce, uno sguardo fiero e triste. Ha scritto un libro, con l’aiuto della giornalista Elena Brunet del Nouvel Observateur. E’ uscito alla fine di gennaio, per i tipi delle Éditions de la Martinière (costa 12, 90 Euro). S’intitola Ma mère patrie. Patrie, anagramma di partie, cioè “partita”. Per non tornare più. Nel libro racconta com’era sua madre, donna religiosa e tollerante, e come ha tirato su i figli, riuscendo ad integrarsi nella società francese. Gli attentati hanno stravolto ogni cosa: l’amalgama sociale è ormai saltata, commenta Hanane. Subito dopo la drammatica morte della madre, la donna è stata vittima di reazioni xenofobe, di vergognose manifestazioni d’intolleranza. Come quando i passeggeri di un’auto hanno insultato lei e la famiglia, mentre stavano prostrati davanti al corpo di Fatima, ricoperto d’un lenzuolo bianco. L’odio le è parso “così forte, e la mancanza di rispetto così intollerabile, che volevo denunciarli, ma mio padre si è opposto all’idea...”, ha confessato in un’intervista al giornale Le Figaro.

Hanane abita nella banlieue parigina, lavora come preparatrice in farmacia. E’ tornata a Nizza qualche giorno fa, per portare una rosa bianca sul luogo dove la madre è stata ammazzata. Ha ripercorso l’interminabile e sontuosa Promenade des Anglais, chissà con quali strazianti pensieri addosso. Ha raggiunto il posto, di fronte all’ospedale pediatrico Lenval. Ha fissato a lungo l’orizzonte del mare. E poi si è chinata, il petto in tumulto. Sul marciapiede, infatti, ai piedi del basso parapetto che limita la passeggiata (più in basso c’è la spiaggia), qualcuno aveva tracciato con vernice bianca il profilo di un cuore. E dentro quel cuore ne aveva disegnato un altro più piccolo, per racchiudere come un tesoro il nome Fatima. In arabo significa “colei che svezza i bambini”. Di bambini Fatima Charrihi ne ha avuti tanti, ben sette. Aveva sessant’anni, quella maledetta sera del 14 luglio, e non immaginava che sarebbe stata lei la prima vittima del massacro compiuto da un fanatico dello Jihad, dopo che aveva visto coi nipotini e il marito Ahmed gli spettacolari fuochi artificiali della Festa Nazionale, dopo che aveva ascoltato le allegre e rutilanti fanfare delle bande musicali, dopo i concerti nei gazebo del parco e la confusione della folla che sciamava felice e disordinata dalla piazza Massena per rientrare a casa.

Ahmed era andato più avanti, a prendere la macchina, mentre sopraggiungeva il Tir guidato dal terrorista Mohamed Lahouaiej-Bouhlel che invadeva il marciapiede e cominciava a falciare la gente. Fatima è morta sul colpo, come altre 85 persone. I feriti sono stati 458, tre stanno ancora in ospedale. Più di duemila bambini fra i sei e i nove anni sono rimasti traumatizzati e sono stati assistiti dagli psichiatri dell’ospedale Lenval. Ogni settimana ci sono almeno una trentina di nuovi casi: “Nella memoria portano impresso il ricordo di quella notte”, spiega desolata la dottoressa Laurence Askenazy, sono afflitti da sintomi ansiosi. Come i fratellini Andrew di cinque e Amaury di nove anni: hanno visto morire la mamma sotto i loro occhi. Vanno a scuola, ma lo loro vita quotidiana è difficile, dice papà Bruno, un tormento, pianti e ricordi spaventosi.

Adesso, tra la carreggiata e il marciapiede della Prom’ - così la chiamano i nizzardi - hanno messo i dissuasori per impedire ai veicoli di saltare sul marciapiede. I cantieri dovrebbero finire i lavori di risistemazione a giugno, quando inizia la stagione estiva: il turismo è stato penalizzato dall’attentato e dalla paura, ha subìto una contrazione del 5 per cento (a luglio, dopo il 14, del 15,5 per cento). Si spera di invertire la tendenza, ma è dura. Vittima della situazione è, per esempio, il celebre Carnevale che comincia sabato prossimo, l’11 febbraio. Si fa: ma non sulla Prom’. La strada simbolo di Nizza è ancora in lutto, dicono. Che non si può profanare la memoria delle vittime con l’allegria sfrenata del Carnevale.

In verità, si è preferito concentrare la lunga manifestazione (durerà sino al 25 febbraio) entro un perimetro ristretto, per assecondare le esigenze logistiche della massima sicurezza, secondo quanto prescrive il Piano Vigipirate in caso di Alerte attentat. Insomma, un Carnevale in libertà altamente vigilata. Che si svolgerà in una sorta di fortino, dove si entra da undici portali dotati di metal detector, con controlli sistematici delle borse, perquisizioni, divieto di portare bici, roller, pattini, trottinettes, caschi di moto; soprattutto, addio ai petardi, alle serpentine, all’armamentario rumoroso del carnevale. La gente accetta le inevitabili restrizioni. Le autorità sono giustamente preoccupate, hanno attivato la copertura totale della videosorveglianza, manderanno in strada centinaia di agenti, vogliono far dimenticare certi pasticci e qualche ferale disattenzione preventiva del 14 luglio. Il “filtraggio” sarà efficace, promettono. E guai ad esibire comportamenti aggressivi e insultanti, o a indossare “abiti contrari al buon costume, suscettibili di infastidire chi assiste o chi lavora” (testuale, dal regolamento del Carnevale 2017) Di sicuro, ci sarà una marea di giornalisti da tutto il mondo: già leggo i titoli, ecco il primo famoso Carnevale di Nizza - giunto alla 133esima edizione (la prima volta, in forma diversa, ebbe luogo nel 1294) - dopo la strage, in un clima di tensione e di inquietudine. Le sfilate prevedono 17 carri allegorici e 16 delle battaglie dei fiori. Non potendo imboccare il tradizionale percorso lungo la Promenade, formeranno un corteo attorno alla Promenade du Paillon, tra piazza Massena (dove c’è una sorta di memorial per le vittime “della barbarie”), boulevard Jean Jaurès, la traversa Flandre-Dunkerque e l’avenue Félix-Faure.

Ma la Promenade resta l’anima pulsante di una città che sta ringiovanendo - oggi l’età media della popolazione è sotto i quarant’anni. Qui, nonostante i cantieri e i dolorosi piccoli memorial che ricordano come in una mappa il tracciato del Tir assassino, è dove tutti si ritrovano: gli anziani a camminare, i giovani a correre; in bicicletta le generazioni si confondono, ogni tanto sui roller si azzarda qualche vecchio coraggioso. Il movimento esorcizza l’angoscia e gli agguati del destino, il mare blu che a riva diventa azzurro favorisce le riflessioni: in fondo, la Promenade è come una medicina del corpo e dell’animo.

Qui ha tratto ispirazione Hanane. Il suo libro è anche un appello alla coesione, un no fortissimo alla radicalizzazione: “Due mesi dopo l’attentato ho letto che due giovani nizzarde di 17 e 19 anni erano state arrestate, pronte a commettere un’azione terroristica. Erano in stretto contatto con un reclutatore dell’Isis incontrato su Internet”, dice. E lo scrive. E lo ripete in un video: “Il kalashnikov a tracolla, è questo che vi fa sognare? Volete far scorrere il sangue un’altra volta? Volete uccidere mia una seconda volta? Vuoi raggiungere il jihad? Che ci vai a fare in quella galera? Qui sei libero”, sospira Hanane, “qui hai tutto. Ti promettono meraviglie, ma è l’inferno che ti attende. Non s’impara l’Islam con Google”.

Fonte: ilfattoquotidiano.it