Grand Hotel Negresco, a Nizza ritornano i drink e il jazz dopo le lacrime e il terrore

Strage di Nizza Nizza

NIZZA. Come una foto di classe. Quando si fissa una generazione. O un evento epocale. Domenica 18 luglio, a mezzogiorno in punto, tutto il personale in servizio del Negresco è schierato fieramente davanti al mitico Grand Hotel di Nizza, simbolo rococò della Belle Epoque, tempio dei divi che negli ormai favolosi Anni Sessanta amavano rifugiarsi in questo palazzo dal fascino stordente per consumare i loro riti mondani o per vivere i loro amori tumultuosi e segreti.

Ognuno di loro tiene stretta tra le mani una rosa bianca. Dal balcone del primo piano, sopra l’ingresso che è all’angolo con rue de Rivoli, penzolano le bandiere francesi a mezz’asta. Spicca, a fianco dell’entrata, una statua multicolore. C’è ogni anno, di questi giorni. Rappresenta Louis Armstrong abbigliato con la marsina di Arlecchino. Rammenta che il famoso festival del jazz di Nizza, interrotto tre giorni per il lutto cittadino, riprende la sua attività: la vita continua, non ci faremo intimidire. Non cambieremo il nostro modo di vivere.

Già. Quattro giorni prima, la notte maledetta del 14 luglio, il Negresco aveva accolto centinaia di persone in preda al panico, disperate, sfuggite alla violenza assassina del camion-ariete. L’atmosfera ovattata di questo santuario dove il lusso è sublimato, dove seimila opere arricchiscono piani e camere, si era infranta all’improvviso, trapassata da grida strazianti, da pianti liberatori. Il mondo reale aveva fatto irruzione nel mondo dei sogni. In questa sorta di Versailles delirante del sistema alberghiero francese. Una donna in lacrime, sotto il celebre ritratto del re Sole firmato da Hyacinthe Rigaud. Un ragazzino tremante vicino al camino del Périgord di dieci tonnellate...sguardi smarriti si posano su quadri e mobili d’antiquariato, affiches, come quelle di Grau; un busto di Renoir; la monumentale Nana di Niki de Saint Phalle; tre macchinine a pedali del primo Novecento, sotto una statua di Botero, nell’immenso salone Royal, dove luccica uno splendido lampadario Baccarat (16800 luci)...l’inventario è talmente straordinario da indurre la severa guida Michelin a definire il Negresco “un hotel-museo maestoso, mitico ed inclassificabile”.

Torniamo a quell’istantanea di sette giorni fa. Alla intensa commemorazione delle 84 vittime. Nizza è ferita, non uccisa. Al termine del minuto, i dipendenti del Negresco applaudono, poi - mentre 40mila persone intonano la Marsigliese e Nissa la bella - rientrano ordinatamente dentro l’albergo. Appena prima dell’ingresso, c’è un piccolo treppiede di metallo. Regge un cartello. Arcigno avviso ai naviganti della Promenade: cari turisti, ci dispiace dover vietare le visite, ma il nostro albergo è riservato ai clienti. Che sono stati e (forse) sono ancora re e presidenti, vedettes della canzone e del cinema, artisti, scultori, scrittori. A loro, il privilegio di godere dei capolavori accumulati da Jeanne Augier, classe 1923, la tenace proprietaria, in quasi sessant’anni di gestione (ultimamente, però, è stata messa sotto “tutela”, per salvaguardare i bilanci...). Nella boutique, campeggia la sua biografia (éditions du Rocher, 17,90 Euro). Inno al suo geniale istinto per la decorazione. Il Negresco, quando l’acquistò, non aveva nemmeno un quadro alle pareti. Chiese perché. I vecchi proprietari risposero: “Sono i nostri clienti il nostro arredamento”. Lei rovesciò il concetto: sono i clienti che si sono lasciati arredare.

E se l’esclusivo Negresco ha aperto le porte al dolore, esige che solidarietà, disponibilità, fraternità non siano ostentati, perché certi valori non sono un quadro da appendere, ma da difendere. La burbera madame Hélène Seropian, addetta alle pubbliche relazioni, taglia corto: “Non vogliamo parlare di ieri, di oggi e di domani”. Siamo ieri. Siamo oggi. Siamo domani. Mi rifugio al bar Le Relais. Ordino il coktail Royal Negresco, ça va sans dire. Kirsch, sciroppo di fragola Monin, champagne Deutz, pagliette d’oro. Lo creò il leggendario monsieur Saporta, capo barman dal 1936 al 1976. Salut!

Fonte: ilfattoquotidiano.it


Foto di Maria Luisa Pani