Fatima, musulmana falciata in nome di Allah L’autore della strage ha ucciso decine di nordafricani, donne e bambini legati alla sua stessa fede

Strage di Nizza Nizza

NIZZA. Riesce a non piangere, la povera Hamza. Ha ventotto anni. Col padre, si è recata al Cum, il Centro Universitario Mediterraneo trasformato in centro d’accoglienza per i parenti delle vittime. Il palazzo che ospita il Cum si trova giusto sulla Promenade des Anglais, ed è protetto dalla polizia nazionale. Ha gli occhi rossi, chissà quanto ha pianto. Mostra con orgoglio, ma anche con rabbia, le “titre de séjour”, la carta di soggiorno della mamma Fatima Charrihi, numero 2PVOG3MAH, rilasciata il 30 dicembre del 2014 e valida sino al 29 dicembre del 2024. Poi, aggiunge: “Mia mamma è stata la prima vittima di quel maledetto”. Perché prima di lei “non c’era nessun cadavere”. Dunque, il killer sospettato d’essere uno jihadista ha ucciso subito una musulmana marocchina di sessant’anni, madre di sette figli, colpevole d’essere sulla Promenade des Anglais per ammirare gli spettacolari fuochi artificiali, insieme ad almeno altre quarantamila persone: “Praticava un vero e sincero islam, non quello dei terroristi”, precisa Hamza, che già immagina il putiferio dell’intolleranza, il frastuono degli xenofobi, la caccia alle streghe delle destre xenofobe: “Posso dire solo che mia mamma portava il velo, perché credeva ai valori della tradizione e della fede”. Né la consola che il procuratore François Molins abbia annunciato l’apertura di un’inchiesta (diretta congiuntamente dalla polizia giudiziaria e dalla Direzione generale dell’intelligence (Dgsi), mirata a determinare le condizioni nelle quali il killer Mohamed Lahouaiej Bouhlel ha potuto procurarsi l’arma e il camion, e se ha beneficiato dell’aiuto di complici o di organizzazioni criminali e terroriste”.

Mohamed non era oggetto di dossier “S” (i sospetti islamici radicalizzati). Né le sue impronte erano state archiviate allo Fnaed, l’archivio nazionale delle impronte digitali. Chi lo ha istigato? E’ andato nel mucchio. Come una boccia di bowling, ha detto un ragazzo di origini arabe. Noi sembravamo birilli. In questa carneficina cominciata con la sventurata Fatima, è finita un’altra marocchina e suo figlio. Uccisi sono durante l’irrefrenabile corsa del camion di Mohamed: “Un terrorista, senza dubbio legato allo Stato Islamico”, ha affermato ieri il premier Manuel Valls, astro nascente del centro sinistra francese.

Il paradosso è che in questa mattanza compiuta da un franco-tunisino, ci hanno lasciato la vita tre tunisini, e uno di loro era la giovane Olfa Bent Souayah, nata nel 1985. Suo figlio di quattro anni è tra i “dispersi”, come ha segnalato il ministero tunisino degli Esteri. Nessuna speranza, invece, per il trentenne Bilal Labaoui di Kasserine, una località del centro Tunisia. La terza vittima è un meccanico di cinquant’anni, Abedlkader Toukabri, originario di Béja. Il governo di Tunisi ha condannato con “forza” l’attentato, il presidente Béji Caid Essebsi si è recato all’ambasciata francese di Tunisi per esprimere condoglianze e per denunciare “un atto barbaro che non fa differenza né tra le religioni né tra le nazionalità”. Questo terrorismo di matrice islamica “è il male del secolo”, ha aggiunto il capo di Stato tunisino, che ha auspicato in una lettera al collega Franéois Hollande di fronteggiare “questo terrorismo” con grande determinazione. Francia e Tunisia, peraltro, sono i paesi che contano il maggior numero di connazionali finiti tra i ranghi espatriati dell’Isis. Il nemico è di casa.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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