La memoria del coltello: l’oggetto biblico simbolo di “Jihadi John” Immagine del passato L’uso dell’arma bianca dal Califfato ai palestinesi agli ultimi assalti

Terrorismo

Martedì 19 luglio. L’Isis diffonde un video. Si vede Muhammad Riyad, il diciassette afgano che ha ferito a colpi d’ascia cinque passeggeri di un treno tedesco. Agita un coltello, annuncia: “Farò un attentato suicida in Germania. Vi combatterò fino a quando avrò il sangue nelle vene”. Lunedì 25 luglio, un giapponese uccide diciannove persone in un centro per disabili di Tokyo, usando un coltello. Il giorno dopo, in Francia, in una chiesa di Saint-Etienne-du-Rouvray, due uomini armati di coltelli tagliano la gola all’anziano parroco. E ancora: a metà giugno un venticinquenne già condannato per “prossimità” con jihadisti, ammazza una coppia di funzionari di polizia a Magnanville, poco fuori Parigi. Lo fa con un coltello. Non c’è giorno che la cronaca non registri episodi simili, più o meno clamorosi. Nel dicembre del 2015, in una moschea a Rafah, nella Striscia di Gaza sotto il controllo di Hamas, un occhialuto imam impugna il coltello durante il sermone e invita rabbiosamente i fedeli ad uccidere gli ebrei in nome di Allah, ed emulare così le gesta di Maometto. Il coltello è l’arma emblematica della Terza Intifada, la nuova rivolta palestinese caratterizzata da un’ondata di accoltellamenti di ebrei.

Insomma, è il coltello la nuova frontiera del terrore. Una frontiera fluida, evanescente. Un coltello lo trovi ovunque, anche all’Ikea: ben temprato, affilato, micidiale volendo. Dipende da come l’afferri. Dalla forza che imprimi. Magari ti alleni sgozzando montoni. Capretti: i musulmani lo fanno ancora ritualmente una volta l’anno. Il coltello è “brandito”, lessico di salgariana memoria. Così, puoi uccidere. O sgozzare. Nessuno lo fa meglio di Jihadj John lo Sgozzatore, celebre boia che parla un fluent english. Alto. Elegante nella sua uniforme nera, aderente al corpo. E’ l’etica dell’ostentazione al tempo del Califfato. L’estetica jihadista. John lo Sgozzatore brandisce sempre il suo coltello assassino con truce maestria: quella che cala sulla nuca delle sue vittime è l’arma zero del terrore targato Stato Islamico. Della vendetta contro i nemici del Califfo. Archetipo di una giustizia sommaria, ancestrale e raccapricciante: lo sgozzamento eseguito col coltello è feroce, insopportabile. Dura almeno quindici secondi. Il carnefice taglia la gola, e cala nella carne, nelle vene e nei nervi dello sventurato non soltanto la lama affilata ma anche simbolicamente la liturgia, i precetti, i dettami del codice di giudizio morale di un Islam terribile, intollerante, intransigente. E lo fa come fosse su di un palcoscenico, che è poi il resto del mondo, l’Occidente dei “crociati” da sgominare: dunque, noi siamo gli spettatori, volenti o nolenti. Subiamo la pornografia dell’orrore, indugiamo nelle immagini che ci vengono proposte. Fissiamo gli occhi sul sangue che gronda copioso dal coltello. L’arma della terza Intifada palestinese è diventata l’arma dei “soldati di Allah”: attaccare col coltello richiede poca o nessuna pianificazione. Accoltellare qualcuno, sottolinea l’israeliana Karin Attia (graduate candidate al New York University Center for Global Affairs) “è qualcosa che un individuo può eseguire senza il bisogno di avere l’infrastruttura di un’organizzazione terroristica”.

Il coltello, perciò, è lo strumento ideale: accresce l’esercito dell’Isis nelle terre dei Crociati. Accessibile a tutti. Domestico. Coltello affilato da kebab, come quello usato per scannare una donna incinta, l’altro giorno. O da lavoro. Artigianale. Sportivo: da caccia e da pesca. Persino da sopravvivenza. A lama fissa. O pieghevole. Per la legge, oggetti che possono diventare “atti ad offendere”. Il coltello si nasconde facilmente. Come ben sanno i malavitosi. I camorristi. Certe vendette si lavano “di tagglio e di punta”. Per i terroristi islamici, invece, il coltello deve sgozzare. Deve cioè seguire una sorta di liturgia. Un atto religioso”. Carico di significati. Come nella biblica Genesi (22: 10-18), quando il coltello diventa l’arma del sacrificio. Quello di Isacco, figlio di Abramo. Dio lo pretende, per testare la fede di Abramo, Poi, in extremis, dal cielo un angelo lo ferma: “Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli proprio nulla, poiché ora davvero so che temi Dio, in quanto non hai trattenuto tuo figlio, il tuo unico, da me”. Allora Abramo sollevò lo sguardo e si accorse che a poca distanza, davanti a lui, c'era un montone impigliato per le corna in un cespuglio. Lo prese e lo offrì come olocausto in luogo di suo figlio...L’Is, invece, non conosce clemenza. Anzi. Esporta lo sgozzamento. Esalta questo terrorismo fai-da-te. E’ prova di coraggio. Di abnegazione. Al contrario dei kamikaze o degli attentati dinamitardi, richiede infatti vicinanza fisica tra l’aggressore e la vittima. Un filo sottile tra la vita e la morte. Il filo della lama assassina.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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