Isis e 007, l’insostenibile leggerezza dei servizi segreti Europa colabrodo - Charlie Hebdo, il Bataclan, l’omicidio del prete di Rouen: gli attacchi dei soliti sospetti che potevano essere fermati

Terrorismo Nizza

NIZZA. Domenica 14 agosto, ore 17, Allianz Riviera, stadio di Nizza. Gli undici giocatori del OGC Nice affronteranno il Rennes indossando una maglia bianca. Al centro, un grande cuore disegnato dai nomi delle 85 vittime falciate sulla Promenade des Anglais, giusto un mese prima, il 14 luglio. Sarà una partita molto speciale. Densa d’emozione. Di dolore. E rabbia. Perché le misure di prevenzione antiterroristiche non sono servite a nulla, come le 1257 telecamere del sistema di video sorveglianza della città. Perché la Costa Azzurra era stata già obiettivo di parecchi progetti terroristici. Perché Nizza era considerata terreno fertile del terrorismo islamico. Nella regione delle Alpi Marittime ci sono 515 jihadisti, da qui è partito il 10 per cento dei foreign fighters francesi. Perché ha fallito pure il sistema "S" di schedatura delle persone ritenute pericolose (20mila in totale, di cui 11mila per ragioni legate alla radicalizzazione islamica). Perché a nulla è servito classificare 15 livelli di “pericolosità”, se il primo e più diffuso comporta controlli saltuari (l’ultimo, S15, prescrive la “neutralizzazione”). "S" ha fatto spesso cilecca. Ecco alcuni tra i casi più clamorosi.

MOHAMMED MERAH. Una storia sporca. Ed emblematica. L’11 marzo 2012 un parà francese viene ucciso a Tolosa. Poi, il 15 marzo, due soldati in uniforme a Montauban. Il 19 marzo, un professore, i suoi due figli e una bimba sono ammazzati all’entrata di una scuola ebraica. Il killer è Mohammed Merah, 23 anni, franco-algerino. Risulterà legato alla cellula di Olivier Corel, che fornisce jihadisti in Iraq. Con precedenti penali di piccola criminalità. Ma era sorvegliato dal 2006 per “islamismo radicale”, ed inserito negli schedari “S”. Il 12 luglio scorso, il tribunale amministrativo di Nîmes condanna lo Stato a risarcire la famiglia di una delle vittime, per avere interrotto la sorveglianza di Merah nel 2011, nonostante evidenti segnali di radicalizzazione e due viaggi, in Afganistan (2010) e in Pakistan (2011). Nel giugno del 2011, la polizia di Tolosa aveva chiesto l’incriminazione in base a minuziosi accertamenti (40 misure di sorveglianza in 3 mesi), senza successo. Addirittura, l’intelligence meditava di arruolare Merah come informatore.

SAID e CHERIF KOUACHI. I fratelli (34 e 32 anni), figli di emigranti algerini, autori della mattanza alla redazione parigina di Charlie Hebdo, il 7 gennaio del 2015. Affiliati alla cellula jihadista del Parc di Buttes-Chaumont (XIX arrondissement), vicina ad al-Qaeda. Chérif, il più giovane, era stato arrestato nel 2005 mentre stava per recarsi in Siria. Nel carcere di Fluery-Mérogis conosce Amedy Koulibaly, che sarà l’altro protagonista degli attacchi parigini del gennaio 2015, quando assalterà l’Hyper mercato Kosher uccidendo quattro persone. Ma decisiva è la conoscenza di Djamin Beghal, condannato a 10 anni per aver progettato un attentato contro l’ambasciata Usa di Parigi. Beghal è una figura chiave dell’indottrinamento jihadistico: ha frequentato la moschea estremista londinese di Finsbury Park, è stato discepolo dei predicatori radicali Abu Hamza e Abu Qatada. Nel 2008, Chérif è di nuovo condannato a tre anni di galera: reclutava militanti islamici per l’Iraq a favore del gruppo Abu Musab al-Zarqawi.

Said, il fratello maggiore, viaggia spesso nello Yemen (2009/2012). Lì frequenta il San’a Institute for the Arabic language. Incontra Umar Faruk Abdulmutallab, un pericoloso terrorista, col quale divide lo stesso appartamento per due settimane. Nel 2011 si addestra con al-Qaeda, secondo un rapporto dell’intelligence yemenita. I fratelli Kouachi sono schedati “S”. Ma la loro sorveglianza Kouachi è abbandonata nel giugno del 2014: non sono più “pericolosi”. Il premier Manuel Valls, la sera del 9 gennaio, ammetterà: “Qualcuno ha sbagliato”.

MOURAD HAMYD. Cognato di Chérif (ha sposato Izzane Kouachi), figlio minore di un dipendente della Citroen, sospettato d’essere stato il misterioso “terzo uomo” della strage di Charlie Hebdo. Si presenta spontaneamente alla polizia l’8 gennaio. Alibi di ferro: il 7 era in classe, al liceo Gaspard-Monge di Charleville-Mezières, 230 chilometri a nordest di Parigi. Compagni e insegnanti confermano. Il pomeriggio, Mourad era andato a far spese e a scuola guida. Non ha precedenti. E’ un ragazzo tranquillo. Religioso, senza eccessi. Lo fermano lo stesso per 50 ore. Indignazione. Proteste. La vergogna di essere stato “compromesso”. Tutto pare sincero. Mourad si diploma e si iscrive alla facoltà di Scienze e Tecnologia. Passano quasi venti mesi. Il 25 luglio scorso i genitori ne denunciano la scomparsa: temono sia diretto in Siria. Il 28 luglio Mourad è intercettato alla frontiera tra la Bulgaria e la Turchia. Ha uno zaino. Dentro, divisa paramilitare, guanti e scarponi. Non ha armi. Il suo fermo, come scrive il Journal de Dimanche, “getta un’altra ombra” sull’efficienza dell’intelligence francese. Perché era schedato “S” dal 2008.

ABDELHAMID ABAAOUD. Alias Abu Omar Soussi, nome di guerra in seno all’Isis. E’ il “cervello” delle stragi di Parigi del 13 novembre 2015 (130 morti). Mandante di altri quattro attentati in Europa. Ha 28 anni, è belga, di Moelenbeek: il Belgikistan, retrovia del terrorismo. Da dove è partito Koulibaly. E, dieci mesi dopo, Abdeslam Salah e suo fratello Brahim, kamikaze alla caffetteria Comptoir Voltaire. Tutti conosciuti dai servizi. Tutti schedati. Inutilmente. Il Belgio ha “offerto” 494 combattenti al Califfato. La radicalizzazione non è un fenomeno recente: comincia agli inizi del 2000. Il Centro Islamico Belga, movimento radicale che ha opera in una moschea di Moelenbeek, è oggetto di numerosi dossier dei servizi belgi e francesi. Che comunicano male: troppi (27 in Francia) e talvolta, rivali (fiamminghi/valloni). Risultato: pendolarismo jihadista. Salah primula Islam per 4 mesi.

ADEL KERMICHE. Ha 19 anni. Nel 2015 tenta due volte di raggiungere il Califfato. Becca dieci mesi e la schedatura “S”. Però, la prigione significa scuola di Jihad. Ottiene gli arresti domiciliari. Ha diritto a 4 ore quotidiane di libertà, con braccialetto elettronico. A che serve la tecnologia? Il 19 luglio 2016 Adel posta su Telegram: “Prendi un coltello, vai in una chiesa e fai una carneficina. Tagli due o tre teste ed è tutto finito”. Il 26 luglio applica il post (con Abdel Malik Nabil Petitjean) e sgozza un prete di 86 anni, a Saint-Etienne-du-Rouvray. Pure Malik aveva provato ad entrare in Siria, il 10 giugno. La segnalazione turca arriva in Francia 15 giorni dopo. Malik era già rientrato a casa, l’11 giugno. E’ diventato “S” il 29 giugno. Nel frattempo, elabora un video in cui invita i “suoi fratelli a colpire la Francia”. Ai servizi francesi arriva una soffiata dall’estero il 22 luglio. Con la foto di Malik e la didascalia: “Quest’uomo è pronto a colpire la Francia”. L’antiterrorismo non riesce ad associare l’immagine, tratta da un video, a Malik.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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