“Io infiltrato nella cellula kamikaze: soltanto slogan, fanatismo e ingenuità”

Terrorismo

Pseudonimo: Saïd Ramzy: il nome vero è stato modificato per proteggere il suo anonimato. Sappiamo solo che è magrebino. Che è musulmano. Ed è giornalista di Spécial investigation, format tv di Canal+, network del gruppo francese Vivendi. Per sei mesi, il coraggioso Ramzy si è infiltrato in una cellula jihadista, filmando con una videocamera nascosta i meccanismi occulti del reclutamento e dell’apprendistato terroristico di una dozzina di giovani impregnati di propaganda targata Isis, determinati a uccidere il maggior numero di koufars, di miscredenti cioè. Esaltati dall’idea di guadagnare il paradiso di Allah.

Rischiando la vita, Ramzy ha interpretato il ruolo di jihadista in erba per conquistare la loro fiducia e si è impegnato a svelare le loro motivazioni profonde, per cercare di capire (non di giustificare) il loro mix di odio e di allegria (quella del martirio in cambio della felicità ultraterrena con tanto di giovani vergini a disposizione). A spalleggiare Ramzy c’era pure Marc Armone (nome di fantasia), un collega che lo controllava a distanza.

Il cammino che porta all’attentato islamico è stato raccontato ieri, su Canal+ in prima serata: “Soldats d’Allah” è un’inchiesta destinata a suscitare inevitabili polemiche. Primo, perché dimostra come sia facile avvicinare chi recluta gli aspiranti kamikaze, tramite Internet, o meglio, tramite Telegram, “il principale strumento di propaganda dei simpatizzanti del Califfato” (il fondatore di Telegram, Pavel Durov, peraltro, si rifiuta di collaborare con le autorità). Secondo, perché svela certe lacune del sistema poliziesco e di quello penitenziario: per esempio, la Gendarmeria non ha esperti di lingua araba tra i ranghi del servizio di cybercriminalità ed utilizza Google Translate per decifrare i messaggi intercettati nel web.

Un momento chiave dell’inchiesta televisiva è l’incontro con Oussama: “All’inizio realizzo subito che si tratta di un poveraccio, uno senza cultura ma esaltato. Il suo mondo è delirante. Non vede l’ora di sacrificarsi, passa il suo tempo a imbottirmi il cranio di slogan. Così idioti che non capisco come possano convincere qualcuno. Poi, ho scoperto che è il capo di un gruppo. Che è stato in prigione, a Fresnes, per aver tentato di raggiungere la Siria. E che in galera si è radicalizzato. Aveva fraternizzato con un emiro del Califfato che gli ha insegnato le basi della dissimulazione e della clandestinità. La radicalizzazione in prigione è un vero problema. Ma che si può fare? Il direttore di Fresnes ci ha spiegato che ha preferito raggruppare gli islamisti piuttosto che disperderli e far ‘contaminare’ gli altri detenuti. Visto il numero dei secondi, è impossibile sorvegliare ogni cella”.

Secondo Arnone, tutti i membri della cellula di Oussama sono giovani “fracassati” dalla vita, che vivono male la loro esistenza: “In passato, sarebbero diventati tossici o rapinatori, oggi gli si offre un’opzione supplementare: il jihad”. A metà inchiesta scoprono che la cellula è sorvegliata dalla polizia. Arnone suggerisce a Ramzy di chiedere protezione. Lui rifiuta: “Sono paranoici, un pedinamento mi avrebbe messo in pericolo. Non voglio fare l’eroe. Non ho mai avuto paura di loro. Sono musulmano. Ogni nuovo attentato impatta un po’ di più la mia vita perché complica le problematiche del razzismo e dell’integrazione. Trasforma lo sguardo della gente, e lo capisco. I terroristi del 13 novembre sono magrebini, discendenti di immigrati. Dunque il fantasma del musulmano terrorista si costruisce su del reale”.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

GUARDA ANCHE

Teheran attentati in stile Isis 8/6/2017


Continua a leggere

Moltiplicazione della paura 7/6/2017


Continua a leggere

2005-2017: la guerra jihadista dei 12 anni al nemico britannico 5/6/2017


Continua a leggere

Bomba contro l’ex premier greco mandato dalla Troika 26/5/2017


Continua a leggere