Il Belpaese da retrovia rischia di diventare sempre più quartier generale degli estremisti Diffusione crescente - Dalle radicalizzazioni in carcere ai reclutatori di foreign fighter

Terrorismo

MILANO. Cinisello Balsamo, quartieri dormitori, ditte di trasporti, capannoni industriali, rete stradale ultra ramificata, l’ideale per dissimulare attività eversive. In questo hinterland anonimo e diffuso attorno a Milano si è concepito l’attentato di Berlino: i terroristi dell’Isis “sono persone inserite, i documenti in regola, che vivono e lavorano accanto a noi” aveva ammonito Maurizio Romanelli, procuratore aggiunto di Milano ed ex capo del pool antiterrorismo (da poco è entrato alla Direzione nazionale antimafia e terrorismi) nella sua requisitoria durante il processo a carico del pachistano Muhammad Waqas e del tunisino Lassad Briki, accusati di terrorismo internazionale, arrestati il 22 luglio del 2015: volevano colpire la base Nato di Ghedi, in provincia di Brescia, dove avevano regolare lavoro (in quel di Manerbio). Waqas faceva l’autista, Briki l’addetto alle pulizie. Anis Amri, che pure aveva cambiato sei volte l’identità, qui doveva avere coperture e logistica. E forse, proprio per evitare che la rete saltasse, è stato “bruciato”.

Che l’Italia sia stata importante retrovia del terrorismo islamico è ormai assodato: dal 2015 c’è stata una vera e propria escalation nell’azione preventiva dei servizi d’intelligence. La mappa dei rimpatri, per esempio, vede in testa la Lombardia, e poi il Sud. Puglia, Calabria, Sicilia vedono aumentare i presunti fiancheggiatori dell’Isis. A Cosenza hanno arrestato l’ambulante Mehdi perché si era recato in Turchia, accusato di aver tentato d’arruolarsi per il Califfo. Le connessioni tra le cellule terroristiche che hanno seminato morte e terrore in Europa e i basisti in Italia sono più che un sospetto. Il killer di Nizza si era recato spesso a Ventimiglia e a Sanremo. Ad agosto il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria rivelò che 354 detenuti avevano “mostrato di aver intrapreso la strada della radicalizzazione”. Di essi si definiva il grado di pericolosità: 101 “segnalati”, 104 “attenzionati”, 149 “monitorati”: 39 di loro sono finiti in regime di “alta sicurezza” a Rossano Calabro dove 21 erano appena stati trasferiti in altri penitenziari. Al 31 luglio, i detenuti musulmani erano complessivamente 7500. Ragionevole il timore di un contagio radicale. Come è successo ad Amri nel carcere di Catania. Del resto, il 13 novembre del 2015, 163 reclusi avevano festeggiato la carneficina di Parigi e la stessa cosa avvenne il 22 marzo 2016 (bombe all’aeroporto di Bruxelles e nel metrò), con 56 detenuti a fare il tifo per l’Isis. Quando a Dacca sgozzano nove italiani, 8 detenuti esultano platealmente.

Il pessimismo è d’obbligo. La radicalizzazione non si svolge più solo nelle carceri o in alcuni luoghi di culto estremizzati, ma si diffonde a macchia d’olio. E’ un terrorismo “liquido”, fluido. Può trovare paravento persino dietro l’insospettabilità dello sport. Metti il caso di Aftab Farroq, 26 anni, magazziniere pachistano alla Decathlon di Basiano ed ex campione della nazionale giovanile italiana di cricket, residente a Vaprio d’Adda (Bergamo), 8mila abitanti, dove la gente si lamenta delle bande slave che depredano le ville, mica dei musulmani, molto integrati. Ebbene, il ragazzo voleva “punire” l’Italia colpendo l’aeroporto di Orio al Serio, nonché l’enoteca del paese. Giustificava le stragi di Parigi, ce l’aveva con l’Occidente. Chat criptate. Conversazioni web con Madi El Halili, il primo a scrivere un documento in italiano di propaganda dell’Isis. Conosceva l’albanese Ibrahim Bledar, rimpatriato a marzo, ma anche legato a Maria Giulia Sergio, l’italiana andata a combattere per il Califfato. Conflitti d’identità? Forse. Ricordate il pugile Abderrahim Moutaharrik? O Abdula Kurtishi, rapinatore macedone latitante? O Giuliano Ibrahim Delnevo, il primo italiano morto in Siria nel giugno del 2013? Storie così si ritrovano nelle biografie di oltre 500 indagati e in quelle di 106 espulsi. Bisognerebbe analizzarle. E capire che il tempo dell’Italia immune e “neutrale” è scaduto.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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