Terzo uomo, pasticcio belga

Attentati Bruxelles. Bombe in aeroporto e metro Bruxelles

Certe volte la finzione esaspera la realtà, ma poi mica tanto. Un commando di terroristi rapisce il primo ministro belga. Minacciano di ucciderlo, lo rilasceranno solo in cambio della vita della presidentessa americana, atterrata con il suo AirOne all’aeroporto militare di Melsbroek. Il primo ciak del nuovo film fantapolitico di Erik Van Looy intitolato De Premier coincide, per via dei soliti strani incroci del destino, con il clamoroso rilascio del giornalista freelance Fayçal Cheffou. Mancanza di prove, comunica in una concisa nota della Procura. Traspaiono imbarazzo e impotenza: “Gli indizi che hanno portato al suo arresto non sono stati confermati dall’evoluzione delle indagini in corso”.

Né armi, né esplosivo scoperti a casa sua, durante la perquisizione. L’esame Dna? Non ancora possibile… Quindi, contrordine: per gli inquirenti non è lui l’uomo col cappello nero e la giacchetta bianca inquadrato dalle telecamere di sorveglianza di Zaventem, il famoso “terzo complice” che cammina a fianco dei due kamikaze dell’aeroporto. Insomma, nel caso di Cheffou la realtà avrebbe tracimato verso la finzione. Ma l’autorevole quotidiano Le Soir la pensa diversamente. Il tassista – il supertestimone dell’inchiesta – l’avrebbe riconosciuto durante un confronto all’americana, ricorda il giornale, l’abbiamo saputo da una “buona fonte”. Poi, è stato visto nei pressi della stazione Maelbeek.

Riconosciuto da un poliziotto che lo aveva fermato quando il borgomastro di Bruxelles gli aveva notificato il divieto di entrare nel parco Maximilien dove c’era una sorta di “villaggio” provvisorio degli immigrati, in seguito alle denunce delle organizzazioni umanitarie che avevano constatato i suoi tentativi di reclutamento a favore di associazioni radicali islamiche. Non è tutto.

L’esame delle videocamere di sorveglianza avrebbe “egualmente permesso di seguire il suo percorso, tra l’aeroporto e place Meiser che avrebbe raggiunto a piedi dopo l’attentato”. Contro il freelance c’è il suo sulfureo passato (un fratello criminale abbattuto dalla polizia, accuse di ricettazione, associazione a delinquere, concorso in omicidio) ed un presente di scomode attività di contro-informazione.

Fermato giovedì 24 marzo, Fayçal Cheffou, due giorni dopo era scattato il mandato d’arresto, nello stesso giorno in cui si ricorda l’entrata in funzione del trattato di Schegne, il 26 marzo del 1995, ossia “la fine delle frontiere in Europa”. Uno degli obiettivi dell’Isis è radicalizzare la situazione politica europea e sabotare Schengen, fomentando l’odio contro i musulmani. Come hanno dimostrato a Pasqua i violenti incidenti causati dall’irruzione di 450 estremisti fiamminghi di destra in piazza della Borsa, a Bruxelles. Al grido “è la nostra terra!” hanno provocato incidenti e pestaggi, profanando la piazza che è diventata luogo della memoria e della solidarietà.

Da qui avrebbe dovuto muoversi la “Marcia contro la paura”, rinviata dalle autorità per ragioni di sicurezza. Anche in quel caso, la polizia prima ha lasciato arrivare i facinorosi, poi, ma troppo tardi, li ha caricati (una decina i fermati). Il problema, è tutto lì: la gestione insufficiente dell’antiterrorismo e della sicurezza. Dopo i turchi che rimproverano ai belgi di aver lasciato libero il kamikaze Ibrahim al-Bakraoui, ecco i greci. Un anno fa avevano mandato a Bruxelles le mappe di Abdelhamid Abaaoud – la mente degli attentati del 13 novembre a Parigi – comprese quelle dell’aeroporto Zaventem e della capitale belga, trovate in un covo di Atene. Abaaoud era sfuggito al blitz di Verviers del gennaio 2015. I fili ci sono, per riannodare la trama della rete terroristica: ma qui li hanno lasciati ingarbugliati.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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