Fischi in carcere: “Salah perché non ti sei ucciso?”

Attentati Bruxelles. Bombe in aeroporto e metro Belgio

Fischi peggio che allo stadio. Una salva rumorosa di plateale disapprovazione per non essersi fatto saltare per aria, come avrebbe dovuto, secondo gli ordini dell’Isis. Lui, l’unico sopravvissuto dei commando kamikaze di quel venerdì 13 novembre 2015 che fece 130 vittime a Parigi. Così è stato accolto Salah Abdeslam dai detenuti islamici radicalizzati del carcere francese di Fleury-Meorgis, il più grande penitenziario europeo dove è stato estradato mercoledì scorso. I fischi sapevano di condanna. Colpevole non solo d’essere ancora vivo, ma di essere ben difeso da avvocati di ottima reputazione (il legale francese è Frank Berton, quello belga Sven Mary).

La rumorosa contestazione dei jihadisti imprigionati a Fleury-Meorgis legittima i dubbi sulla tortuosa e ancora non verificata latitanza dell’ex Primula Islam: i fischi contro Salah sottintendono la condanna del Califfato nei confronti di chi non rispetta le consegne e magari ha scelto di collaborare con il “nemico”?

Abdeslam è ovviamente in isolamento, per proteggerlo da rappresaglie ed evitare qualsiasi contatto con altri detenuti. Nel frattempo, a Bruxelles, Sven Mary ha confidato, in un’intervista a Libération, la sua “esitazione” nel continuare a difenderlo, poiché è stato vittima di aggressioni verbali e persino fisiche, al punto da chiedere la protezione delle figlie nel percorso da casa alla scuola.

Gli ha fatto eco il collega francese Berton: “C’è gente che non comprende la mia missione… siamo in democrazia e Salah Abdeslam è un uomo, ha bisogno di parlare. La giustizia si ottiene comprendendo le cose”.

In Belgio, invece, non si comprendono le ragioni che hanno indotto il governo ad adottare una misura inquietante: la distribuzione alla la popolazione delle pillole di iodio, quale misura di prevenzione in caso di incidenti o catastrofi nucleari. Lo ha annunciato ieri Maggie De Block, ministro della Salute, spiegando che questa distribuzione era stata prevista inizialmente entro un perimetro di 20 chilometri dalle centrali nucleari, “adesso bisogna prendere queste misure per un perimetro di 100 chilometri, il che equivale a tutto il territorio nazionale”.

Misure previste dall’aggiornamento del Piano di Urgenza Nucleare. Del 2003. Cioè 13 anni fa: come urgenza, non è male. C’entra per caso il timore di attentati alle centrali? Obama, nel summit nucleare di 10 giorni fa, ha evocato il terrorismo atomico. Non bastasse, c’è poi il discorso della sicurezza degli impianti.

Germania e Lussemburgo hanno chiesto a Bruxelles di chiudere i reattori di Doel 3 (Anversa) e Tihange 2 (Liegi). Come l’Olanda, un anno fa. Il governo belga ha risposto che gli impianti rispettano le norme più rigide e che la distribuzione dello iodio non avrebbe nulla a che fare né con ipotetici attentati, tantomeno con le pressioni dei Verdi. I piani del terrorismo islamico, in cui si prevedevano sabotaggi alle centrali, hanno riesumate antiche paure e nuove diffidenze. Coi fantasmi di Chernobyl.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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