Molenbeek crocevia del terrore (e degli errori d’intelligence)

Attentati Bruxelles. Bombe in aeroporto e metro Bruxelles

La famiglia Abdeslam abita in un bel palazzo borghese in puro stile bruxellese, con vista sul municipio. La facciata è un tripudio di pilastri e finestre: si trova al 30 della place Communale di Molenbeek, nel cuore del quartiere più demonizzato d’Europa, il santuario del terrorismo. Il 79 di rue des Quatre-Vents, dove venerdì 18 è stato catturato Salah Abdeslam, dista appena 650 metri: pigli a sinistra la rue du Prado, prosegui oltre chaussée de Gand per Rue Ransfort, giri a destra in rue de la Colonne sino a incrociare rue des Quatre-Vents.

L’indirizzo (clandestino?) di Salah si trova voltando a sinistra. A piedi, camminando tranquillamente, meno di 10 minuti. Un tempo Molenbeek la chiamavano, non senza enfasi, la “Manchester belga” perché era una delle aree più industrializzate d’Europa: alla fine dell’Ottocento attirava legioni d’immigrati. Un sacco erano italiani. Poi, l’industria morì. Le fabbriche chiusero. E Molenbeek cominciò la sua discesa nell’inferno del degrado.

Curioso. Un canale divide il centro benestante di Bruxelles da Molenbeek. Di là, strade vivaci, birrerie, bistrot. Di qua, è come se ti calasse addosso la depressione. Forse esagero. Ma la gente che ci abita – centomila persone stipate in 6 chilometri quadrati – è esasperata. Stufa di essere etichettata: benvenuti in Belgistan, quando va bene; benvenuti a Molenbeekistan quando va peggio. Però, è difficile spiegare che per 4 mesi Salah, il super ricercato, entrava e usciva dal quartiere in cui aveva sempre vissuto, come se nulla fosse.

Difficile passare inosservati. E infatti, i fratelli Abdeslam non passavano inosservati. Brahim, per esempio, era proprietario di un bar in rue des Begines, conosciuto per la clientela di drogati e alcolizzati: “Salah e Ibrahim li incrociavamo dappertutto, ma mai in moschea”.

Brahim era molto amico di Abdelhamid Abaaoud, il capo della cellula ucciso a Saint-Denis pochi giorni dopo la carneficina della sera di venerdì 13 novembre 2015. Pure lui di Molenbeek. Spavaldo, andava e veniva dalla Siria e dall’Iraq. Sempre sotto gli occhi non tanto aperti della polizia. A tal punto che Jan Jambon, ministro degli Interni, un giorno sbottò: “Abbiamo un quartiere fuori da ogni controllo” (15 novembre 2015). Peccato che le azioni terroristiche più importanti degli ultimi 15 anni siano state architettate qui.

La lista è impressionante. Ne cito alcune. L’assassinio del comandante Massud in Afghanistan, il 9 settembre 2001. Gli attentati di Madrid nel marzo del 2004, quando fu fatto saltare un treno di pendolari: 191 morti, 1858 feriti. E la rivendicazione di al Qaeda, perché ancora non esisteva il Califfato. E ancora: l’attacco sanguinario al museo ebraico di Bruxelles del maggio 2014. I legami con gli attentatori di Charlie Hebdo. La cellula di Verviers smantellata durante un assalto mortale della polizia, nel gennaio del 2015. Il tentativo solitario del treno Thalys da Bruxelles a Parigi, sventato da alcuni passeggeri, tra i quali un marine Usa. La macelleria di Parigi. Sino alle stragi di martedì, a Bruxelles.

Quando martedì 15 marzo la polizia irrompe al 60 di rue du Driers, nel municipio di Forest – periferia sud di Bruxelles, oltre Anderlecht – è certa che lì dentro si sia nascosto Salah. Primula Islam riesce a sfangarla d’un soffio, scappa per i tetti e va a rifugiarsi in rue des Quatre-Vents, a Molenbeek. Dove la polizia lo stana. Avrebbe preferito farlo sabato 19, per via di una scuola elementare troppo vicina al covo di Salah. Ma c’era stata una fuga di notizia sulla stampa francese, così anticipò il blitz.

In quell’appartamento vivevano una vecchia signora malandata di salute e Abid Aberkan, nipote di Fatima Aberkan, 56 anni, nata a Tangeri e implicata nella stessa filiera di reclutamento jihadista di Abaaoud (il quale aveva mandato in Siria il fratello minore), Gelel Attar e Chakib Akrouh, tutti e tre coinvolti negli attacchi di Parigi. Fatima è stata condannata lo scorso luglio: fa parte di un gruppo terrorista che inviava in Siria giovani reclute, del resto aveva spedito a combattere i suoi tre figli e la sorella Naima. Jihad per clan. Queste reti terroristiche hanno connotati da organizzazioni mafiose che provvedono a nasconderli. Come ha fatto Khalid al Bakroui, fratello di Ibrahim, che aveva doppia cittadinanza belga e delle Bahamas e che aveva affittato quello di rue du Driers con nome falso. Il cerchio della guerra contro l’Occidente ha trovato radici urbane nel cuore dell’Europa. Non estirpandole subito, ora sono diventate troppo profonde.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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