Bombe di Dortmund depistaggio jihad del nemico interno Gli inquirenti scartano la pista dell’estremismo islamico e indagano negli ambienti degli ultras neonazi

Bombe di Dortmund Dortmund

DORTMUND. Abdul Beset A., l’iracheno di 26 anni fermato dalla polizia a Wuppertal, non c’entra nulla con l’attentato al bus del Borussia Dortmund. Però resta dentro “per appartenenza al gruppo islamico Isis” a cui sarebbe stato affiliato sino alla fine del 2014, quando si trovava ancora in Iraq, dove avrebbe svolto un ruolo non secondario al soldo del Califfato. Secondo gli inquirenti, Abdul Beset avrebbe guidato in Iraq un gruppo di dieci elementi il cui compito era quello di realizzare “rapimenti, ricatti e la preparazione di omicidi”, almeno a leggere la nota della Procura. Che ha ricostruito i movimenti successivi del presunto jihadista: nel marzo del 2015, Abdul e' passato dall'Iraq in Turchia e da lì, all'inizio del 2016, sarebbe giunto in Germania. Ma questo arresto è solo fumo negli occhi: anche il secondo sospettato, un tedesco di 28 anni, è risultato estraneo, ed è stato rilasciato.

Così, prende sempre più consistenza la pista dell’estremismo neonazista (e delle tifoserie ultras ad esso collegato). Chi ha ideato l’agguato al pullman del Borussia ha lasciato tre lettere di rivendicazione “in nome di Allah” che agli esperti dell’antiterrorismo sono apparse fasulle: scritte in buon tedesco ma con grossolani errori d’ortografia nella trascrizione di parole arabe, senza logo e bandiera dell’Isis. Inoltre, lo Stato Islamico rivendica i suoi attentati con video e comunicati, strutturati in modo assai diverso. E non formula concrete richieste politiche, come la chiusura della base aerea Nato di Ramstein, come peraltro hanno sottolineato fonti dell'intelligence tedesca: “L’Isis non tratta. Né dissemina indizi cartacei”. E i suoi militanti mai utilizzerebbero l’uso della parola tedesca Kalifat per dire Califfato, al posto di Khilafa. Non è soltanto una traduzione maldestra, è uno sbaglio ideologico. Quando pensiamo ai telefonini Apple mica diciamo Mela...

Dunque, l’ipotesi del depistaggio rafforza l’ipotesi di un piano maturato in ambienti estremisti tedeschi. La Renania del Nord-Westfalia è un land a guida socialdemocratica, il clima politico si sta arroventando perché in autunno ci sono le elezioni. Frauke Petry, la leader dell’estrema destra Alternative fur Deutschland vuole portare, per la prima volta, il partito in Parlamento. A chi giova scatenare paura e insicurezza? Qualche traccia potrebbe darla l’esame spettroscopico dell’esplosivo impiegato, di origine militare. Infatti la potenza degli ordigni era enorme, come ha dichiarato il ministro degli Interni del land, Ralf Jaeger, poteva finire peggio.

Peggio è andata comunque al Borussia, sconfitto in casa dal Monaco. Con una rovente coda di polemiche. L’allenatore Thomas Tuchel se l’è presa con l’Uefa per aver rinviato la partita solo di un giorno: “Dopo l’attacco, non abbiamo potuto digerire tutto ciò. Ci siamo sentiti ignorati. Non ci è stato chiesto il nostro parere. Ci hanno detto di giocare lo stesso, come se ci avessero lanciato contro una lattina di birra”. Ma lo corregge Thomas de Maizière, il ministrod egli interni tedesco che giustifica la decisione: “Non dobbiamo lasciarci intimidire. Se no i terroristi hanno già vinto”.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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