Poteva essere evitato il massacro delle Ramblas? La strage annunciata che la Catalogna ha voluto ignorare

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Poteva essere evitato il massacro delle Ramblas? Come è riuscito il furgone Fiat ad eludere la sorveglianza delle pattuglie che di solito sorvegliano la lunga arteria di Barcellona - potenziale obiettivo del terrore islamico - e a procedere per oltre seicento metri nella zona pedonale a zig zag? Soprattutto, possibile che l’autista (e un eventuale compagno) sia stato capace di dileguarsi, approfittando del panico?

Possibile che il sistema di sicurezza sia stato beffato, nonostante ripetuti segnali d’allarme? Che Barcellona potesse essere il bersaglio di un clamoroso attentato era nella logica - e negli annunci - del terrorismo targato Isis: per almeno due motivi. Il primo, perché è una città icona dell’Occidente liberale e progressista; secondo, perché rappresenta uno stile di vita agli antipodi di quella predicata dallo Stato Islamico. Inoltre, la Spagna fa parte della coalizione militare che opera contro l’Isis in Iraq e in Siria.

Quello che stupisce, inoltre, è che in Catalogna la prevenzione antiterroristica è sempre stata efficace. Dal 2013 ad oggi ci sono state 40 operazioni che hanno portato ad altrettanti smantellamenti di cellule jihadiste. Come quella dello scorso 25 aprile, quando nove persone sono state arrestate - quattro delle quali sospettate di legami coi terroristi che hanno colpito Bruxelles nel marzo del 2016. La polizia ha trovato di tutto: armi, materiale informatico, denaro, droga. Ma l’aspetto più inquietante è che, ancora una volta di più, spiccavano le prove di una connessione tra le cellule locali e quelle di matrice marocchina (la cosiddetta “wilaya” dello Stato Islamico radicata nel Maghreb al-Aqsa, per usare il lessico salafita tanto caro all’autoproclamato califfo Abu Bakr al-Baghdadi), in cui il traffico di stupefacenti garantiva l’autonomia operativa. Chi tirava le fila del collegamento erano tre persone. Uno è stato arrestato a Tangeri, altri due in Catalogna. Specializzati nel reclutare giovani per mandarli, via Nordafrica, in Medio Oriente.

E allora, perché le misure di sicurezza non sono state rafforzate, anche alla luce delle informazioni raccolte dai servizi americani e dal Mossad che opera nell’enclave spagnola di Melilla (12 chilometri quadrati in territorio marocchino)? A Melilla, infatti, ci sono 600 “sospetti” di simpatie salafiste. Un po’ meno a Ceuta. Negli ultimi mesi i servizi spagnoli e marocchini hanno notato un aumento delle presenze di individui che potrebbero essere dei “reduci” dalla Siria, e che hanno contati con cittadini spagnoli di nazionalità marocchina. Non solo. I fratelli Driss e Moussa Oukabir erano da tempo sotto sorveglianza, i loro spostamenti da e per il Marocco monitorati. Il giorno prima della strage di Barcellona, era successo qualcosa di molto strano, ad Arcanal: un’esplosione (gas butano) che aveva distrutto un appartamento (due vittime, un ferito, arrestato poi in ospedale, ma dopo l’attentato delle Ramblas...). Gli affittuari erano di origine marocchina, e frequentavano Moussa Oukabir.

I numeri, infine, avrebbero dovuto alzare il livello di guardia. Li ha elaborati il CTC (Combatting terrorism center), e ci sono pure le analisi del Centre d’Analyse du terrorisme diretto da Jean-Charles Brisant. In sostanza, scopriamo che negli ultimi tre anni e mezzo il 32 per cento dei jihadisti arrestati (molti dei quali espulsi) proveniva dalle due enclave di Ceuta e Melilla, il 20 per cento da Barcellona e la sua provincia. Quanto alle loro nazionalità, più o meno si equivalevano: 42,7 per cento erano marocchini, 41,5 spagnoli (provvisti cioè di NIE, nel gergo delle cittadinanze): questi ultimi, risultavano per metà immigrati di seconda generazione, il 40 per cento di prima. Il resto, un significativo 10 per cento di convertiti. Non a caso, il governo Rajoy ha annunciato di recente la nomina di 600 agenti supplementari nella lotta contro il terrorismo. Ma giovedì, tutto ciò è servito a ben poco.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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