L’autista e la falsa cintura. Fine della fuga per Younes

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C’è poco da esultare - in senso investigativo, s’intende - per la morte del fuggitivo Younes Abouyaaqoub, il killer delle Ramblas, abbattuto ieri pomeriggio alle 16 e 30 dai Mossos D’Esquadra (la polizia catalana), dopo essere stato intercettato sulla carretera commerciale C-243b, ai confini del territorio municipale di Subirats, una cinquantina di chilometri a nord est di Barcellona. Indossava una cintura da kamikaze, ma era una disperata finzione. Che tutto sia finito, è pura illusione. L’inchiesta è solo all’inizio. Le indagini non si fermano a Subirats. Anzi, è da qui che ripartono. Troppe cose sono successe negli ultimi cinque giorni e troppe cose non quadrano, o non convincono. Per questo è necessario resettare tutto. Ripartire da zero e capire come mai a Ripoll, in una cittadina di 11mila abitanti, dove abitano 500 marocchini, dove tutti si conoscono, un imam dall’opaco passato - un pregiudicato, dunque uno schedato - sia riuscito a plagiare otto ragazzini e a trasformarli in otto spietati terroristi, senza che nessuno se ne accorgesse, tantomeno gli uomini della polizia locale. E’ un discorso difficile, così a caldo dopo la mattanza delle Ramblas. Ed imbarazzante politicamente.

E’ in questo contesto che si inserisce il conflitto tra la Guardia Civil - cioè la polizia di Stato - e i Mossos, cioè la polizia catalana. Non basta raccontare ai media che Younes ha gridato Allah è grande - questa la versione ufficiale - mostrando il suo corpetto per intimorire i poliziotti che l’hanno crivellato invece di colpi e giustificare così l’esecuzione dell’autista che giovedì ha massacrato quindici persone. In una guerra asimmetrica come quella contro il terrorismo, il protocollo più efficace sarebbe quello di acquisire più informazioni possibili, quando è possibile. Purtroppo, i morti non parlano. Pigliamo Younes, per esempio. Forse, da vivo, avrebbe potuto spiegare come è riuscito a dileguarsi dalle Ramblas. Perché la cellula dei terroristi ragazzini non ha operato da sola. Chi ha nascosto Younes per tre notti e quattro giorni? Come mai si trovava a Subirats? Chi ha incontrato, o chi voleva incontrare? Per questo, ucciderlo non è stata una mossa astuta.

La polizia catalana ritiene che il gran burattinaio della cellula sia stato il sulfureo imam Abdelbaki Es Satty, marocchino salafista radicale approdato a Ripoll nel 2015, rimasto vittima nell’esplosione del covo-laboratorio, la notte di mercoledì scorso, ad Alcanar, mentre probabilmente stava preparando gli esplosivi per gli attentati programmati a Barcellona. Es Satty dissimulava il salafismo fingendo d’essere un imam moderato, intanto, però, si comportava in modo strano, “aveva l’aria di complottare”, dicono ora a Ripoll, i suoi discorsi erano moderati ma polemici, invece di consolidare la comunità musulmana, tendeva a dividerla.

Ci sono dettagli curiosi, che contraddicono l’architettura dell’attentato in modalità Isis: come mai Younes, l’autista del furgone Fiat, scappa dalle Ramblas e però lascia dentro al furgone i documenti intestati a Driss Oukabir, fratello maggiore di Moussa, il diciassettenne che verrà ucciso poche ore dopo a Cambrils? “Dead men do not talk”, è un aforisma degli investigatori Usa.

Possibile che i servizi spagnoli non si siano accorti che un imam sospettato di salafismo radicale, finito in galera per droga (2010-2014), facesse avanti e indietro con il Marocco dove negli ultimi due anni si sono intensificate le presenze di “reduci” dalla Siria e dall’Iraq? L’inchiesta sulla cellula di Ripoll ha al centro l’enigmatico Es Satty: secondo il sito Ok Diario, avrebbe integrato una cellula islamista, tra il 2005 e il 2008, a Vilanova i la Geltrù, a sud di Barcellona, che reclutava aspiranti jihadisti tra i giovani musulmani. Mandati a morire in Siria, in Iraq, in Afganistan.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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