Da Barcellona a Casablanca Re, spie e repressioni nell’incubatore del nuovo jihadismo

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Da Barcellona a Casablanca: il tragitto dei pendolari jihadisti? E’ più che un sospetto. I fratelli Moussa e Driss Oukabir sono andati spesso in Marocco: l’ultima volta, sono rientrati a Ripoll lunedì scorso, ossia pochi giorni prima del massacro sulle Ramblas. La famiglia è originaria di Béni Mellal, capoluogo del Béni Mellal-Khenifra: una regione al centro del Paese da cui provengono alcuni dei terroristi che hanno insaguinato Parigi e Bruxelles. Da lì Said Oukabir, il padre di Moussa (ucciso dalla polizia a Cambrils) e Driss (arrestato per sospetta appartenenza alla cellula jihadista), è emigrato in Catalogna 25 anni fa. Pure Mohamed Hychami e suo fratello Omar, altri due membri della cellula catalana, sono di nazionalità marocchina. Lo sono i fratelli Younes e Houssaine Abouyaaqoub, colui che ora viene indicato come il presunto autore materiale della mattanza. Un altro marocchino è Said Aallaa, come Mohamed Houli Chemlal, il ventenne arrestato in ospedale, originario di Melilla, enclave spagnola in Marocco, catturato poche ore dopo l’esplosione di Alcanar, il “laboratorio” degli esplosivi che la cellula intendeva utilizzare per mettere a ferro e fuoco Barcellona. Quasi tutti i terroristi “ragazzini” sono imparentati: condividono radici, qualcuno le trasforma in radicalizzazione. Qualcuno in Marocco?

Il dubbio è lecito. In ogni clamoroso attentato degli ultimi anni, purtroppo, c’è un preciso riferimento al Marocco: vuoi per le origini dei jihadisti, vuoi per la comunanza religiosa salafita, un modo ultraconservatore ed estremo di concepire l’Islam. In Belgio, quest’origine è più evidente: anche perché la minoranza araba proveniente dal Marocco è la più cospicua, conta oltre mezzo milione di persone. In Francia sono gli algerini i più numerosi.

In Marocco, il salafismo è stato aspramente combattuto dal potere che propugna un islamismo moderato e tollerante. E’ in questo contesto che s’inserisce prima al-Qaeda, poi l’Isis. Nel 2002, il governo del Marocco accusa i qaedisti di fomentare la cosiddetta “insurrezione islamica nel Maghreb”. Il 16 maggio del 2003 Casablanca viene furiosamente attaccata da alcuni commando suicidi: il bilancio è di 33 vittime, più 12 terroristi. Due la scamparono perché furono arrestati prima di poter compiere attentati. Otto erano europei, sei marocchini. Re Mohammed VI mette in moto un grosso apparato di intelligence e repressione, per contrastare duramente l’estremismo religioso. Coordina i servizi il Bureau Central des Investigations Judiciaires (BCIJ), contemporaneamente il sovrano avvia un’azione capillare a livello religioso, creando una Fondazione reale degli Ulema africani (lo scopo è ls formazione di 50mila imam per consolidare il rito musulmano sunnita-malichita). Nel frattempo, le varie polizie cominciano a collaborare con quelle di Parigi, Bruxelles e Madrid.

La Spagna, infatti, sin dagli anni Novanta, era diventata il bersaglio privilegiato del movimento salafista, alla testa del quale c’era Mustafà Setmariam Nassar, un siriano ultraradicale. Alla stazione madrilena di Atocha (11 marzo 2004: le bombe fecero 191 vittime e 1858 feriti) l’attacco fu portato dal Gruppo Islamico Comnbattente del Marocco, legato (ma non troppo) alla galassia di al-Qaeda. Fu un’operazione meticolosa. La differenza coi ragazzini di Barcellona è che l’età media degli attentatori era di 35 anni. La cooperazione dei servizi marocchini fu determinante nello smantellare la reta qaedista in Spagna. Anni dopo, il terrorismo colpisce di nuovo il Marocco: stavolta, nell’aprile del 2011, tocca a Marrakesh. Uno degli organizzatori era salafita e ammiratore di Bin Laden.

In realtà, il problema del Marocco è geografico prima che geopolitico: le sue frontiere sono porosissime. Sahara e Sahel, in particolare, sono crocevia di ogni traffico: armi, droga, esseri umani. Il business del terrore. L’oceano di sabbia e pietre è uno spazio vuoto che facilita le manovre tattiche e l’azione operativa dei gruppi armati e dei “reduci” dalla Siria e dall’Iraq. Fonti diverse concordano nel dire che c’è un continuo passaggio di armi e di uomini dall’Algeria verso la frontiera marocchina.

Eppure, mercoledì 19 luglio, il Dipartimento di Stato americano, nel suo rapporto annuale sul terrorismo nel mondo (relativo al 2016), sottolineava l’apporto positivo del Marocco e della sua strategia di lotta antiterroristica, basata sulla cooperazione regionale e internazionale e su efficaci politiche di contro-radicalizzazione.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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