Altro che unità: Catalogna e Madrid litigano su Daesh

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I terroristi ragazzini di Barcellona progettavano una serie di clamorosi attentati, uno dopo l’altro, senza un attimo di tregua: volevano compiere la strage regina delle stragi, trasformare il loro sogno jihadista nell’incubo più funesto della storia recente europea. Facendo saltare i luoghi simbolo della città, quelli più visitati, utilizzando i due furgoni Fiat Talento come arieti, carichi di ordigni, seminatori di morte e distruzione. Lo scopo era di surclassare il bilancio drammatico dell’11-M, la sigla che è una data: quella del massacro di Atocha, una delle stazioni di Madrid. Per gli spagnoli, è come il 9-11 delle Twin Towers di New York.

Uno dei camioncini doveva puntare la Sagrada Familia di Gaudí, abbattere l’opera visionaria del grande architetto catalano, l’attrazione turistica più importante e visitata della città. Poi, le Ramblas, il punto più frequentato di Barcellona.

Per questo stavano preparando le bombe al TATP, il perossido di acetone, un potentissimo esplosivo organico che i jihadisti hanno ribattezzato “la madre di Satana”. Lo scoppio fortuito, causato dalla loro imperizia e dall’instabilità dei componenti chimici, ha fatto saltare il covo-laboratorio di Alcanar, invece della Sagrada Familia, costringendoli a ripiegare in tempi brevissimi al “piano B”, quello delle Ramblas. Un’azione “improvvisata”, hanno detto gli analisti della polizia catalana, anzi, “alla disperata”.

Non è una supposizione. E’ una verità che emerge dagli interrogatori di Mohamed Houli Chemlal, il ventenne di Melilla che è stato arrestato all’ospedale Giovanni XXIII di Tarragona, dove era stato portato mercoledì sera, dopo l’esplosione. Chemlal, che è imparentato con alcuni dei terroristi uccisi a Cambrils, ha ammesso che ci sarebbero stati contatti con “elementi importanti” del Califfato. La polizia catalana cerca di capire se si tratta di persone che vivono in Catalogna o se si tratta di personaggi che stanno nelle enclave spagnole in Marocco. I Mossos d’Esquadra indagano sulla possibilità che un imam di Ripoll abbia radicalizzato la cellula. Sono tuttavia convinti che tutto sia avvenuto in tempi ristretti, inediti, sia la creazione della cellula, sia il processo di radicalizzazione sarebbero avvenuti in tempi ristretti, così come l’addestramento è stato molto rapido e “molto professionale”.

I brillanti risultati delle indagini hanno così indotto il ministro degli Interni spagnolo, Juan Ignacio Zoido a dichiarazioni eccessivamente ottimistiche che hanno fatto imbufalire le autorità catalane: “Come gruppo organizzato, la cellula di Barcellona non esiste più”, è stata smantellata totalmente”. No, è prematuro cantare vittoria, quando sono passati appena due giorni, ha replicato il ministro catalano degli Interni, Joaquim Form: “Non si può considerare neutralizzata la cellula fino a quando non avremo localizzato tutte le persone che ne facevano parte”. Sono infatti ricercate ancora tre persone, e forse di più. A cominciare dalla “mente” dell’attentato. Logica ineccepibile, dunque, quella polemica di Form, che però frantuma l’idillio dell’unità (da celebrazioni post-attentato) tanto gridato il giorno dopo il massacro. Perchè dietro l’angolo c’è il referendum. La Catalogna resta lontano da Madrid.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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