Anche il sangue dell’Italia nel massacro di Dacca Blitz all’alba - Per liberare gli ostaggi stranieri in mano al commando Isis. Venti vittime, 9 connazionali Molti uccisi con i coltelli Polemiche sulla sicurezza

Dacca Dacca

Nove italiani sono tra le venti vittime dell’assalto al ristorante degli stranieri di Dacca. Un massacro: cinque donne, quattro uomini. Quando le forze speciali antiterrorismo comandate dal generale Nayeem Asfag Chowdhury hanno preso d’assalto ieri mattina all’alba il café-restaurant per stanare i terroristi, era già troppo tardi. I jihadisti erano lì dentro da undici ore. Avevano già massacrato venti dei 33 ostaggi. Sul sito filo Isis, Amaq, erano state già messe in rete le foto dei cadaveri e i ritratti dei loro sorridenti killer. L’Esercito dei Figli del Califfato aveva celebrato il blitz del commando terroristico: “O Crociati, voi, le vostre famiglie e i vostri amici, tutti siete bersagli, vi uccideremo persino nei vostri sogni”.

Come mai tanto tempo, prima di intervenire in road 79, dove si trova l’Holey Artisan Bekery? Secondo le prime testimonianze, infatti, l’allarme era stato tempestivo. Gianni Boschetti, grossista di tessuti, aveva allertato subito l’ambasciata che a sua volta aveva chiamato le forze di sicurezza.

L’opposizione si è scagliata contro il governo: “Siete più solleciti nel reprimere il dissenso che nel neutralizzare il terrorismo”. La premier Sheikh Hasina ha dichiarato che il Bangladesh è determinato “a sradicare il terrorismo, quello che è successo venerdì sera è stato un atto estremamente efferato”.

Gianni Boschetti si è salvato per miracolo: uscito per telefonare proprio mentre i terroristi irrompevano dentro. Maria Riboli, bergamasca di Alzano Lombarda, madre di una bimba di tre anni, stava a cena con gli amici, quando i miliziani dell’Isis ha fatto irruzione venerdì sera nel café-restaurant urlando “Allah Akhbar!”, sparando e lanciando un paio di granate addosso ai clienti del locale. Una l’ha colpita in pieno. Lavorava nel settore dell’abbigliamento, era in Bangladesh da qualche settimana. Simona Monti, 33 anni, invece ci viveva in Bangladesh, per conto di un’azienda di tessuti. Parlava cinese, e si faceva capire anche in bengali. Era incinta, sarebbe dovuta tornare in Italia: l’hanno sgozzata. Come Adele Puglisi, manager del controllo di qualità di Artsana, pure lei a Dacca per conto di alcuni grandi brand della moda. Doveva rientrare a Catania il giorno dopo, sabato. Era all’Holey Artisan Bakery insieme all’amica Nadia Benedetti, imprenditrice del viterbese e managing director di StudioTex, azienda torinese con filiale a Dacca.

Non sono sfuggite alle lame dei boia che avevano costretto i loro ostaggi a scrivere su un muro col loro sangue la scritta “Allah ci condurrà al paradiso supremo”. Anche Claudia D’Antona, torinese e managing director della Fedo Trading che opera in Bangladesh da 14 anni è stata ammazzata dopo che non aveva risposto ad un quesito sul Corano. Non è servito a nulla ricordare quanto si sia spesa come volontaria della Croce Verde e quanto si sia impegnata in cause umanitarie. “Conosci le sure del Corano?”, hanno brutalmente chiesto al casertano Vincenzo D’Allestro, 46 anni: stava al tavolo degli italiani con Nadia Benedetti, per festeggiare il ritorno in Italia di Adele. Cristian Rossi, 47 anni, imprenditore friulano (padre di due gemelle di tre anni), dopo aver lavorato per la catena di abbigliamento Bernardi si era messo in proprio, e aveva fondato la Fibres srl. Diceva che l’economia del Bangladesh andava forte, che per le aziende italiane era dunque un’opportunità.

Quello che gli hanno rinfacciato i terroristi: sfruttate la manodopera locale, pagate una miseria, non ci sono controlli sulle condizioni di lavoro, siete complici del regime che governa il nostro Paese. L’hanno giustiziato. Stava a tavola assieme all’amico Marco Tondat, pure lui friulano (di Spilimbergo). Stava da un anno a Dacca – il Bangladesh è la quarta nazione esportatrice del tessile – meditava di trascorrere le ferie a fine luglio. Hanno infierito su di lui come su tutti gli altri. Il suo corpo era accanto a quelli di sette giapponesi, tre dei quali erano studenti, uno dei quali indiano, e due americani. Vittime della stessa ferocia: come il quarantacinquenne monzese Claudio Cappelli, proprietario di un’azienda che produceva t-shirt; da cinque anni viveva la sua esperienza nel Bangladesh come “un’avventura”: “Qui si può lavorare molto bene”.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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