I rampolli del terrore dalle Ferrari all’Isis Il ministro bengalese: “Commando formato da figli di papà” In Iraq due autobombe a Bagdad fanno 135 morti, tra cui 25 bambini

Dacca Dacca

La strategia dello Stato Islamico e dei suoi emuli in franchising – come i terroristi di Dacca – è ormai chiara: dimostrare che le sconfitte sul terreno non intaccano la sua capacità di ritorsione e di destabilizzazione globali. Tenere in stato d’allerta l’Occidente e i suoi alleati. Colpire l’Europa, il Medio Oriente. Punire la Turchia. Vendicare la perdita di Falluja, roccaforte del Califfato.

È successo sabato pochi minuti dopo mezzanotte, a Bagdad. Un kamikaze si è fatto saltare in aria dentro un’auto imbottita di esplosivo ad altissimo potenziale, nel quartiere shopping di Karada, mentre la gente festeggiava la fine del Ramadan. Una strage di giovani e famiglie: 130 morti, venticinque erano bambini. L’Isis ha rivendicato la strage, giustificando l’attentato perché quel quartiere era frequentato soprattutto da sciiti. Poche ore dopo, un’altra autobomba è esplosa in un mercato sciita, causando cinque vittime. Ma ora il Califfato cerca di ampliare la propria influenza anche nel Sud Est Asiatico, dove si trovano i Paesi musulmani più popolosi del globo e dove nel 2030 abiteranno sei musulmani su 10. Vuole enfatizzare il suo potenziale. Perciò esalta il sacrificio dei kamikaze di Dacca ai quali ha attribuito nomi di battaglia: Akash, Abu Salam, Abu Rahiq, Abu Muslim, Abu Muharib.

La polizia bengalese, tuttavia, nega l’affiliazione con l’Isis, e afferma che i terroristi facevano parte dell’organizzazione clandestina Jmb, cioè Jamaa’tul Mujahidin Bangladesh: “Sono cresciuti nel nostro Paese, sono figli di papà, hanno studiato in scuole e università private”, ha dichiarato il ministro degli Interni Asaduzzaman Khan. Insomma, rampolli del terrore. Non è straordinario: nella variegata galassia del terrorismo islamico, moltissimi militanti avevano ricevuto un’istruzione superiore alla media (come molti kamikaze provenienti dalla Striscia di Gaza). È per esempio il profilo scolastico di Nibras Islam, uno dei killer del café-restaurant, che poteva vantare studi in esclusivi college (Scholastica e International Turkish Hopes), parlava un ottimo inglese. Però pareva più un playboy che un kamikaze: gli piacevano le Ferrari e le belle attricette di Bollywood. In pochi mesi è stato radicalizzato al punto da sacrificarsi per lo Stato Islamico.

Assieme all’amico Rohan Ibne Imtiaz, figlio di Imtiaz Khan Babul, leader di Awami League, secondo partito del Paese, al governo dal 2014, nonché vicesegretario generale della Bnagladesh Olympic Association. Una storia che imbarazza il potere. Voleranno stracci. Come spiegare la loro radicalizzazione? “Ormai è una moda…”, è stata l’ineffabile risposta del ministro Khan. Per l’intelligence Usa, da mesi sta operando in Bangladesh un emissario dell’Isis, Abu Ibrahim al-Hanif, canadese dell’Ontario il cui vero nome sarebbe Tanim Chowdhury. Il suo compito sarebbe quello di raccogliere i potenziali jihadisti sottraendoli all’organizzazione rivale dell’Aqis (Al Qaeda Indian Subcontinent).

Se Dacca sottovaluta il contagio del Califfato, non lo fa Singapore. Nel maggio del 2015, il premier Lee Hsien Loong aveva profetizzato: “C’è il rischio che il Sudest asiatico diventi un centro di reclutamento dell’Isis”. Infatti. Lo scorso 14 gennaio, a Giakarta una serie di esplosioni (sette morti, compreso cinque attentatori) vennero rivendicate dall’Isis: “Combattenti dello Stato Islamico hanno effettuato un attacco armato prendendo di mira i cittadini stranieri e le forze di sicurezza accusati di proteggerli”. Per il Distaccamento 88 – una special task force antiterroristica addestrata negli Stati Uniti – dietro gli attentati c’era la mano di Bahrun Naim, un indonesiano andato a combattere in Siria e tornato ad addestrare cellule, nascoste in chissà quali delle 17 mila isole che compongono l’arcipelago dell’Indonesia.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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