Teocoli: com’era bella Milano col Derby ALLA FINE DEL DERBY DI MILANO CHI HA PERSO È L’ITALIA. MENTRE CHIUDE IL BAGAGLINO, TEO TEOCOLI RACCONTA COSA È STATO DELL’ALTRA FACCIA DELLA COMICITÀ TEATRALE. QUELLA DEI LOCALI MENEGHINI: UNA FUCINA DI TALENTI CHE HA ALIMENTATO CINEMA E TV. E ORA NON C’È PIÙ

Storie Milano

MILANO. «C’era una volta l’indirizzo che tutti noi milanesi sapevamo a memoria: viale Monte Rosa, 84» rammenta Teo Teocoli. Quell’indirizzo portava a piazzale Lotto, e poi, dritto a San Siro, alla periferia nord di Milano. «La nebbia irrompeva a ondate spesse proprio dallo stadio, dall’Ippodromo, da quelle strade larghe e sontuose di giorno, ma vuote e tenebrose di notte».

Mettevano paura. L’inverno da quelle parti era più freddo che nel resto della città e pure il buio pareva più scuro. «Lì, al numero 84 di viale Monte Rosa, una deliziosa palazzina liberty, brillava il neon di un’insegna che restava accesa sino a notte tarda. Quella di un locale dove suonavano jazz da favola e dove, si diceva, le notti erano piene di mille sorprese». All’inizio, bisognava far capire che vi scorreva whisky a... Go-Go: non a caso questo fu il primo nome, nel 1959, subito mutato dai proprietari, Gianni e Angela Bongiovanni, direttamente in Whisky a gogò. Ci andavano i nottambuli del trotto e del galoppo e gli scommettitori più incalliti. Giornalisti e puttane. Artisti. Cantanti. Musicisti. Poeti. Scrittori: Scerbanenco, Fusco, Buzzati. Si cenava. Si ascoltava soprattutto musica. Sotto al ristorante, in uno stambugino di una cinquantina di metri quadrati, arredato con divanetti e puff neri come la pece, tra molto alcol e molto fumo – i sigari facevano «duro» e chic – si mischiavano inedite improvvisazioni dei migliori jazzisti d’Italia. La pedana, minuscola, sosteneva un pianoforte e una batteria. Una sera, il grande Gianfranco Intra propone a Bongiovanni di trasformare il Whisky a go-go nell’Intra Derby Club. Ci vengono a suonare John Coltrane e Quincy Jones, ci canta Charles Aznavour, il boom economico accompagna il successo di viale Monte Rosa. Quando il chitarrista Franco Cerri, altro nume del jazz italiano, comincia a raccontare le sue storielle, alternandole ai suoi pezzi musicali, il pubblico va in visibilio. E quando un giovane sgarrupato che di nome fa Enzo Jannacci, fresco di laurea in medicina e futuro cardiochirurgo, si sgola con le sue stralunate canzoni, gli applausi e le risate lo consacrano. Sta nascendo il cabaret alla milanese e il Bongio, entusiasta, capisce che è venuto il momento di rifondare il suo locale. È il 1962. D’ora in avanti, si chiamerà Derby Club Cabaret.

«Il cabaret, secondo Bongio, doveva essere spettacolo essenziale» continua Teocoli, «quindi doveva esserlo pure il posto. C’era un’atmosfera che a me sembrava poetica, ognuno di noi imparava qualcosa dagli altri. Il Derby era per il cabaret come San Siro per il calcio».

Si sperimentavano generi e talenti. Jannacci duetta con Dario Fo. Siparietti memorabili, e ogni sera diversi. È trionfo. Si accodano Cochi e Renato. Fanno le loro prime apparizioni Massimo Boldi e Teocoli. Scrive soggetti il giornalista Rai Beppe Viola. L’avvocato Walter Pinnetti, in arte Walter Valdi, è il profeta del cabaret alla milanese: sfodera umorismo cinico, particolare.

Alimenta Jannacci (con Il palo della banda dell’Ortica, per esempio), scardina le regole con Vacaputanga, che diventa una sorta di inno. È mentore di Paolo Villaggio, che trova nel Derby il trampolino per sbancare i botteghini. L’ironia di Valdi è sapida, geniale. Il monologo dei gemelli belli, travolti da un’auto di lusso che ispira la curiosità dei passanti assai più delle vittime, anticipa di mezzo secolo l’indifferenza dei clienti del noto caffè torinese dove una signora si è suicidata e tutto è continuato come se nulla fosse. Sullo striminzito palcoscenico del Derby si alternano Felice Andreasi, Lino Toffolo, Giorgio Faletti, Mauro Di Francesco, Francesco Salvi, Porcaro, Mani Mandi, Armando Celso. È il tirocinio del «senza rete». Se piaci, resti. Se no, forse puoi ripassare. Salvi si presentò avvolto in un sacco dell’immondizia. Fu fischiato. Scappò a gambe levate. Inseguito da Diego Abatantuono. Che era di casa, al Derby. Nel senso che sua madre Rosa, comasca, faceva la guardarobiera. E il Bongio era suo zio. Diego impara. Ed esordisce con il personaggio del Terruncello pugliese (come suo padre Matteo). Ad ascoltarlo c’è Renzo Arbore: «Credi a me, Bongio. Quel ragazzo si farà». Si fanno Paolo Rossi, Claudio Bisio. E Bistecca. Che, se strappa qualche risata, chiede se qualcuno del pubblico gli regala una bella fiorentina... e i clienti sono ormai blasonati: grandi avvocati, politici (Craxi in testa), industriali. Miliardari, come Rocky Agusta. Banditi, come Vallanzasca e Turatello. Ma la favola s’interrompe. Il Bongio muore nel 1981. Sua moglie Angela regge per cinque anni. La Milano da bere il cabaret se lo vede servito in tv. Il Derby muore nel 1986. Al suo posto, oggi c’è un centro sociale. Neppure il tentativo di resuscitarlo (Teo complice) alla fine del 2007, all’ex cinema Nuovo Arti, riesce. Il nuovo Teatro Derby cala il sipario a luglio: sfratto esecutivo. «Tempo fa sono passato da viale Monte Rosa, dove si trovava il Derby vero. In un angolo, c’era ancora la vecchia bacheca» racconta il comico «col manifesto dell’ultimo spettacolo che annunciava i Gatti di vicolo Miracoli e Beruschi. L’Enrico. Avrà speso cinque anni di stipendio per pagarsi ogni sera da bere. Voleva stare con noi, “sono un comico amateur”, diceva. Ogni sera mi chiedeva: posso entrare anch’io? Alla fine, lo misi dietro di me, per il finale. Sentii ridere più del solito. Mi voltai: Beruschi faceva boccacce. Le sue facce che l’hanno reso famoso».

Fonte: Il Venerdì

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