TUTTO È POESIA DAL CALCIO AI MIGRANTI Quelle domeniche con Maurizio Cucchi: scuola indimenticabile

LO STIVALE ROVESCIATO Milano

Il meneghino Maurizio Cucchi è un grande poeta. Ci siamo conosciuti una vita fa, giovani studenti universitari. Ogni domenica ci recavamo in via Melchiorre Gioia, dove si trovava un’agenzia giornalistica sportiva diretta dal mio padrino Massimo Della Pergola, l’inventore della Sisal. Dovevamo scrivere a tamburo battente articoli destinati ai quotidiani di provincia su partite di calcio (ma anche di basket e pallavolo) di cui non sapevamo nulla. Salvo qualche dettaglio: composizione delle squadre, numero degli spettatori, nome dell’arbitro, reti, ammonizioni, eventuali espulsioni, i momenti salienti della partita. Dopodiché, rapidi come fulmini, confezionavamo “pezzi” che sembravano scritti dallo stadio. Il riccioluto Maurizio era un’autentica mitraglia, un furioso kalashnikhov della tastiera. Liquidava i suoi articoli in men che non si dica. La sua prosa, già allora impreziosita da una fantasia sfrenata, gonfiava quei miseri dati raccolti al telefono, li trasformava in un racconto epico. Io l’imitavo, contagiato dalla sua frenesia e dalla sua irriverenza. Il mio primo articolo firmato apparve sulla “Prealpina” con un titolo leggendario: “Bim bum bam: tre botti di Bettega”.

Quelle domeniche sono state una scuola indimenticabile: riuscivano a scrivere dal nulla, o quasi. Come romanzieri. O come poeti. Dopo un anno, le nostre strade presero direzioni diverse. Le poesie di Cucchi sedussero Vittorio Sereni e l’esigente Giovanni Raboni, piacevano a Pasolini e m’incantavano. In questi giorni Einaudi (nella sua collana “bianca” dedicata alla poesia) pubblica “Paradossalmente e con affanno”. Ci sono testi giovanili e prove più recenti. In mezzo, cinquant’anni di pellegrinaggi della vita. E di questa città. Nella seconda parte del volumetto, infatti, Cucchi perlustra ciò che sopravvive di quei luoghi che noi milanesi chiamiamo “la sciostra”, cioè magazzini in cui riporre materiali da costruzione. Se ne trovano ancora lungo il Naviglio verso Gorla e Crescenzago. Hanno nomi come Merlata, Martesana, Casanova. Sanno di anni in cui tutto era più semplice, più spartano. Di “sospensione felice”. In un groviglio di ombre. Quelle della memoria.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

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